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Addio a Seliciato e ai segreti del golpe

L’imprenditore padovano trascorse 6 anni in carcere in Libia perché considerato fiancheggiatore del fronte anti-Gheddafi

ARCELLA. Basta navigare pochi minuti in internet per constatare che Eduardo Seliciato - morto giovedì scorso a 71 anni - è stato coinvolto in una delle vicende politiche più intriganti nella storia dei rapporti tra la Libia di una volta, guidata da Muhammar Gheddafi e l’Italia.

L’imprenditore padovano, titolare della Selexport, un’azienda che commercializzava attrezzature per l’edilizia, sbarca in Libia, esattamente a Tobruk, nel 1975. Tutto bene sino al 1980, quando nei primi giorni di agosto, Eduardo Seliciato, assieme ad Enzo Castelli, Aldo Del Re ed Orlando Peruzzo di Piazzola sul Brenta, vengono arrestati perché accusati di avere partecipato al golpe di stato contro il premier libico, organizzato dal suo ex-braccio destro Idris El Shehebi. Seliciato e Castelli, dopo essere stati torturati più volte, vengono condannati e messi in carcere. Subito in Italia si scatena una capillare campagna di sensibilizzazione, appoggiata dai giornali, in cui si registra anche l’intervento personale del giornalista Indro Montanelli. Anche il Mattino di Padova nel 1984 segue la vicenda. Finché, nel 1986, durante il governo guidato da Bettino Craxi e con Sandro Pertini presidente della Repubblica, entrambi del Psi, i due padovani tornano a casa grazie ad uno scambio di quattro prigionieri libici detenuti in Italia. Successivamente i fatti del tentato golpe guidato da El Sheshebi (600 morti e 400 feriti) vengono messi in relazione anche con la tragedia di Ustica, quando il 27 agosto 1980, il Dc 9 Itavia s’inabissa nelle acque del Tirreno meridionale. Tant’è che una parte degli inquirenti ancora oggi sostiene che il suo abbattimento potrebbe essere stato causato dal famoso Mig libico, il cui resti furono ritrovati a Castelsilano, in Calabria.

Seliciato, una volta tornato a Padova, non è stato più lo stesso di prima. Lo shock subìto in sei anni di carcere a Tripoli se lo segnano sino alla morte e con lui vanno nella tomba tutti i segreti del golpe del 1980, che non sono stati ancora tutti svelati.

«Mio fratello era innocente», racconta oggi il fratello Placido, titolare di una piccola fonderia a Reschigliano di Campodarsego e residente all’Arcella assieme alla moglie Anna. «È stato coinvolto nel golpe, suo malgrado, solo perché aveva rapporti d’affari con Idris El Shehebi. Ma quale golpista, Eduardo era un galantuomo ed una persona perbene. Viveva solo per la famiglia e per il suo lavoro. Ancora oggi la sua ex azienda deve avere dalla Libia, per lavori mai pagati, un milione e 400 mila dollari. Gli ho sempre voluto tanto bene e quante cose ho fatto per lui. A Roma, prima che fosse liberato, mi sono incontrato con Giuseppe Colombo, Giulio Andreotti, Ciriaco De Mita, Sandro Pertini e Francesco Cossiga. Ma quelli che si sono dati da fare più di tutti per riportarlo in Italia sono stati il ministro della Giustizia di allora, Mino Martinazzoli, e il dirigente del Viminale Sergio Berlinguer. A suo favore sono intervenuti anche gli ex sindaci Settimo Gottardo e Paolo Giaretta».

Felice Paduano

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Pubblicato su Il Mattino di Padova