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«Andrea andava aiutato, è rimasto solo Simone armato perché aveva paura»

L’ex moglie rompe il silenzio 24 ore dopo l’omicidio: «La tragedia è colpa di chi ha abbandonato il mio ex marito»  

la testimonianza

«Mio marito aveva bisogno di cure ed è stato abbandonato a se stesso. Ce l’ho a morte con chi doveva aiutarlo e non l’ha fatto. È loro, solo loro, la colpa di questa tragedia. Ora i miei figli si ritrovano senza un padre, e il mio compagno si ritrova in galera. Una famiglia distrutta». A 24 ore dalla tragedia che ha sconvolto Oriago, l’ex moglie di Andrea Baldan e attuale compagna di Simone Meggiato non si dà pace. La voce si incrina dalla rabbia e dal dolore quando prova a mettere in ordine i fatti tragici che hanno sconvolto la sua vita, e quella dei suoi figli. La telefonata nel cuore della notte che la sveglia di soprassalto nella sua casa di Mestre, la speranza che si tratti di qualcosa di risolvibile nella corsa in macchina verso Oriago, la realtà che si presenta come un pugno nello stomaco. Accetta di parlare per solo e unico motivo: fare chiarezza. Su quanto accaduto venerdì notte, su come è stato dipinto il suo compagno dopo i tre spari di venerdì notte che hanno ferito a morte Baldan, ma soprattutto sui rapporti difficili nell’ultimo periodo con il marito. Tensioni sfociate in denunce, dietro cui più che appostamenti e telefonate ci sarebbero vere e proprie minacce. E una dipendenza dall’alcol, per la quale Baldan non sarebbe stato aiutato a dovere.

«Quella di venerdì notte è stata una disgrazia assoluta, il mio compagno non è affatto un killer come è stato descritto. Però mio marito non doveva essere lì», sussurra l’ex moglie. E il riferimento va ben oltre l’episodio di venerdì, sfociato nel sangue. La donna se la prende con chi Baldan ce l’aveva in carico. E avrebbe dovuto aiutarlo a sconfiggere la sua dipendenza. «Nell’ultimo anno stava male, aveva dei seri problemi. Era il “gigante buono” e aveva un problema con l’alcol. Era al Serd, doveva essere ricoverato per essere disintossicato. Ma con il coronavirus è stato abbandonato a se stesso». Un atto d’accusa, il primo, che la donna muove mentre ripercorre il tunnel di sofferenze e paure che negli ultimi dodici mesi hanno cambiato la sua vita, quella dei figli e del compagno. E il secondo atto d’accusa è rivolto alle autorità che negli ultimi mesi avevano raccolto le loro denunce per le minacce ripetute da parte di Baldan. Episodi sui quali la donna preferisce sorvolare, ma che sarebbero state continui. E pesanti, bel al di là delle telefonate di stalking. «L’avevo denunciato per tutelare me e i miei figli», aggiunge, «avevo paura per la mia incolumità, per quella dei ragazzi e del mio compagno». Infine, l’ultimo atto d’accusa. Verso gli amici, i conoscenti, coloro che erano più vicini a Baldan ma che «non hanno fatto niente per aiutarlo».

È per tutto ciò, spiega l’ex moglie, che «mio marito non doveva essere lì» quella notte. Baldan, però, c’era. Spetterà alla magistratura ricostruire come siano andate esattamente le cose, fatto sta che il “gigante buono” davanti a casa del compagno dell’ex moglie si è presentato, forse in stato alterato. E che il compagno, da quella casa è uscito armato con la pistola regolarmente denunciata e con cui andava a tirare al poligono nel tempo libero. Forse l’ha portata con sé per sentirsi più sicuro. Un’ipotesi, al momento, che spetterà ai legali dimostrare di fronte a un tribunale per difendersi dall’accusa di omicidio volontario. Tutt’altro che un’ipotesi, invece, per la sua compagna. «Se mio marito è andato fin là», si lascia andare l’ex moglie di Baldan a difesa di Meggiato, «di sicuro non era in sé. E se Simone è uscito di casa armato, è perché era terrorizzato. C’è una differenza notevole tra i due a livello di corporatura e di peso, per non parlare di tutto quello che era successo fino a quel momento...». Lo stesso Meggiato, racconta la compagna, era passato dalle parole ai fatti, denunciando gli atteggiamenti di Baldan. Non è servito a evitare lo scontro tra i due, però. Una rissa violenta, al termine della quale la pistola fa fuoco. «Io lo sapevo che qualcuno di noi tre faceva una brutta fine. È partito un colpo per disgrazia», giura la donna, «è una brava persona. Una brava persona uscita di casa terrorizzata». I colpi, in realtà, venerdì notte sono stati tre, due dei quali esplosi a bruciapelo. Eppure, è l’unica spiegazione plausibile, l’unica che riesce a darsi prima di ripiombare nel dolore che la affligge da venerdì notte e che le ha tolto il sonno: «Sono disperata, la mia famiglia ora è distrutta». —

eugenio pendolini

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Pubblicato su Il Mattino di Padova