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Papà uccide il figlioletto e si toglie la vita, mamma si getta dal ponte con il bimbo: due tragedie a poche ore di distanza in provincia di Treviso

Cosa può spingere genitori a simili gesti? La ricostruzione dei fatti, la indagini, il parere degli esperti. Autismo e "dopo di noi", la rete di assistenza 

TREVISO. Due tragedie immense, accadute a poche ore e pochi chilometri di distanza, sabato 20 febbraio 2021, in provincia di Treviso. A Castello di Godego, a mezzogiorno, un papà che uccide il figlioletto di due anni e poi si toglie la vita. A Vidor, in serata, una mamma che si getta dal ponte sul Piave insieme al proprio piccolino di un anno mezzo: morta lei nella caduta, miracolosamente salvo il bambino. Nessuno potrà mai sapere cosa ha scatenato la follia nella mente di quei due genitori, anche se nel primo caso il padre ha lasciato una lunga lettera per spiegare.

CASTELLO DI GODEGO

Ha stretto le mani attorno all’esile collo del figlioletto di soli due anni fino a soffocarlo, poi si è tolto la vita tagliandosi la gola con un coltello da cucina. Sono morti così, a pochi secondi, forse minuti di distanza, Egidio Battaglia, 43 anni, e il suo bambino, Massimiliano, che amava sopra ogni cosa. E con il quale aveva giocato fino a poco prima. Una tragedia familiare, covata nel cuore, quella che si è consumata sabato 20 febbraio al civico 7 di piazza città di Boves, in un complesso residenziale dove tutti si conoscono. A trovare i due corpi senza vita il fratello minore di Egidio, Stefano, assieme al padre, Fortunato. il pranzo in famiglia Il dramma si è consumato attorno alle 12.30. Egidio aveva promesso al nonno del piccolo Massimiliano, che come tutti i fine settimana, avrebbe pranzato con lui il fratello e la nonna. Per questo quando è arrivata l’ora di pranzo e papà e figlio non arrivavano, nonno e zio si sono preoccupati. Non accadeva mai. Hanno fatto squillare il telefono di Egidio, più e più volte. Ma dall’altra parte non rispondeva nessuno. Così sono andati in piazza Boves, a poche centinaia di metri dalla loro abitazione. Ma anche al campanello, nulla. Sono tornati indietro, hanno preso le chiavi, hanno provato ad aprire. Niente da fare, la chiave era nella toppa. Non a caso. Hanno capito allora che qualcosa di grave era successo. Nonno e zio hanno tentato di forzare la serratura. Ma non ce l’hanno fatta.

A quel punto hanno recuperato una lunga scala e l’hanno appoggiata al terrazzino esterno. Stefano è salito per primo. E ha guardato dentro. «Ho visto delle chiazze di sangue» ha raccontato più tardi con il viso pallido e distrutto dal dolore «e ho scorto mio nipote a terra». Anche il nonno ha visto. Un’immagine che rimarrà per sempre impressa nella sua mente. E che nessuno dei due potrà mai più scordare.

Il resto è cronaca di un dramma. Alle 13.05 la chiamata al Suem 118, che ha mandato immediatamente l’elicottero. Poco prima, i vigili del fuoco avevano sfondato la porta. I sanitari hanno trovato il padre in un lago di sangue, a fianco il lungo coltello. Sul piccolo qualche segno al collo. E nient’altro. Hanno provato a rianimarlo, un disperato tentativo di riaccendere un soffio di vita nel suo corpicino oramai esanime.

La mamma, Adriana Gargalic, era al lavoro, all’ospedale di Castelfranco, quando è stata avvertita che a casa sua, stava succedendo qualcosa di terribile. Nel parcheggio di piazza Boves, la sua Peugeot parcheggiata storta. Quando è arrivata a casa, è stata colta da un malore. Troppo il dolore, troppa la sofferenza per quella tragedia indicibile che si era consumata finché lei era al lavoro, in un sabato come gli altri. Il 118 l’ha soccorsa e riportata di nuovo all’ospedale di Castelfranco, dove è rimasta tutto il giorno, assistita dal personale medico e da un team di psicologi.

I carabinieri hanno passato ore ed ore a ricostruire la scena del delitto, omicidio suicidio, a volerlo incasellare, ma nessuna dicitura descrive il dramma. Sul tavolo della cucina una lunga lettera, un testamento che è anche la chiave del gesto sanguinario. Affiora la parola “autismo”, di cui avrebbe sofferto il figlio, il timore per il futuro di quel bimbo che amava sopra ogni cosa («è ciò che ho di più bello»), una volta che mamma e papà sarebbero mancati, con l’età. Un testamento spirituale scritto quando la vita stava appena sbocciando. "Solo io ho capito la gravità della diagnosi che i medici hanno fatto a mio figlio, solo io ho compreso la gravità della malattia".

VIDOR

Una mamma si getta dal ponte con il bimbo di un anno e muore, ma il suo corpo fa da scudo al figlio che si salva. La aspettavano i genitori a cena, ma non c’è mai arrivata. Ha parcheggiato la sua auto, una Lancia Ypsilon, sul ponte sul Piave a Vidor e poi si è gettata nel vuoto portando con sè il bimbo di solo un anno e mezzo. La tragedia si è consumata sabato sera, tra le 21 e le 22. La donna di 31 anni, originaria di Fanzolo di Vedelago, è morta, mentre il figlio è vivo per miracolo, le sue condizioni appaiono gravi, presenta diverse fratture ma dovrebbe salvarsi.

Da una prima ricostruzione dei fatti, la donna era partita con tutta probabilità da casa, diretta a Caerano, dove abitano i genitori. Doveva arrivare per cena, attorno alle 19.30. Una serata come tante altre, da passare in compagnia con il bimbo, per il quale i nonni andavano matti. Ma non è mai arrivata. I genitori hanno provato a chiamarla, ma il telefono dava irraggiungibile. Si sono subito preoccupati, perché la sapevano sola, in auto con il piccolo. Chiamate e richiamate. Niente da fare. Allora hanno telefonato ai soccorsi. La stessa cosa che hanno fatto alcuni abitanti che risiedono lungo le rive.

L’operatore del 118 ha raccolto la chiamata dei carabinieri alle 22.31, ed ha mandato immediatamente con codice rosso, un’ambulanza da Pederobba e l’automedica da Pieve di Soligo, dato che con il buio non è possibile inviare l’elicottero. Nel frattempo si sono precipitati i carabinieri sul posto. I vigili del fuoco di Treviso hanno iniziato le ricerche con i mezzi a disposizione, poi hanno mosso il Saf, nucleo speleo alpino fluviale, per cercare di individuare madre e figlio. Ricerche che sin da subito sono apparse difficoltose. Prima hanno trovato la macchina sul ponte, poi hanno cercato di capire in che punto potesse essersi gettata dopo aver preso il piccolo. Ricerche disperate, per tentare di trovarli ancora vivi.

Attorno alle 23 sono stati individuati i due corpi, lungo il lato che guarda la sponda di Pederobba. C’è voluto del tempo per raggiungerli, nel buio, lungo la strada che conduce sotto al ponte. La madre era morta, i sanitari intervenuti non hanno potuto far altro che constatare il decesso. Il figlioletto di appena un anno, invece, nato nel 2019, era ancora vivo, il corpo della madre gli avrebbe fatto incredibilmente da scudo. I sanitari lo hanno soccorso ed è stato ricoverato in rianimazione al Ca’ Foncello.

Anche i famigliari si sono recati sul posto, per assistere ai soccorsi. I corpi non erano in acqua, come hanno fatto sapere le forze dell’ordine, ma lungo la sponda. Per raggiungerli i pompieri hanno dovuto calarsi dal ponte e utilizzare una scala. Momenti concitati.

Le ipotesi sono tutte al vaglio, anche se quella più plausibile è che la madre, che sembra soffrisse di depressione, abbia cercato di uccidersi assieme al figlioletto. Gli inquirenti stanno vagliando ogni pista, per capire cosa l’abbia portata a cambiare tragitto e a fare rotta verso il ponte di Vidor. I rilievi sono proseguiti per tutta la notte, sul posto il magistrato di turno, ma anche le forze dell’ordine. La dinamica non è chiara e non è stato ancora approfondito in che modo la donna si sia gettata.

L'ESPERTO

Una crisi infinita, che dura da più di un anno, senza un orizzonte di termine. Uno stress traumatico prolungato nel tempo. Un’incertezza devastante sul futuro, unita a un isolamento prolungato che per lunghi periodi ci costringe a fare i conti solo con noi stessi. È la realtà in cui viviamo da un anno, e che ci porteremo dietro ancora per chissà quanto tempo: le sue conseguenze sono nefaste per tutti. Ma in particolare per le persone più fragili. E per questo potrebbe aver inciso in maniera decisiva nelle tragedie di Castello di Godego e Vidor.

Il dottor Pasquale Borsellino, direttore dell’unità operativa dedicata a infanzia, famiglia, adolescenza e consultori del distretto di Asolo, specialista in psicologia dell’emergenza, ricorda che «il Covid, dove c’è una vulnerabilità, ne innesca altre». E che per questo «i servizi così come sono organizzati non bastano, serve un piano emergenziale. A partire da un numero verde per tutte le persone in difficoltà dal punto di vista emotivo e psicologico. Difficile valutare le due tragedie singolarmente, certamente in questi mesi stiamo assistendo a un acuirsi dei problemi di questo tipo».

«Non tutti partiamo dallo stesso punto di partenza. Ci sono situazioni con vulnerabilità già presenti, magari non si sarebbero scompensate se non ci fosse stato il Covid» sottolinea il dottor Borsellino. «Questo isolamento e senso di solitudine non aiuta, certi tipi di difficoltà o di patologia hanno bisogno di solidarietà, di rete sociale, di confronto».

Viviamo un’emergenza di cui non si vede la fine: «Nelle persone più fragili questo Covid ha creato un disturbo traumatico da stress. È da un anno che giriamo con la paura di essere contagiati, la paura di non poter fare qualcosa, siamo in una prigione mentale. Per i soldati lo stress terminava una volta tornati a casa. Questo stress invece è particolarmente critico perché non ha un termine. Le persone reagiscono a tutto, ma se c’è un inizio e una fine. Qui la fine non c’è. Dovremo implementare i servizi relativi alla salute mentale e all’età evolutiva. E istituire un numero verde per chi è in difficoltà».

Un altro problema è che le persone in difficoltà, come la mamma di Fanzolo o il papà di Castello di Godego, potrebbero non sapere a chi rivolgersi: «I servizi oggi ci sono, ma spesso non sono così conosciuti da una persona che sta soffrendo. Spero che quanto prima ci sia una riorganizzazione che ci consenta di approntare servizi ad hoc sul territorio, a bassa soglia - quindi senza bisogno di appuntamenti - in cui la persona arriva e viene aiutata immediatamente. I servizi così come organizzati non bastano, serve un piano emergenziale».

Marta Benvenuti, psicologa e psicoterapeuta, condivide la linea di pensiero di Pasquale Borsellino, psicologo dell’età evolutiva: l’estenuante periodo di chiusure, limitazioni e ansie dovute all’emergenza sanitaria funge da aggravante delle difficoltà psicologiche già in atto. Lo si vede nel lavoro di tutti i giorni: «In questo periodo la solitudine pesa il doppio, specie con bambini così piccoli che si relazionano esclusivamente con la famiglia stretta, perché la rete sociale ancora non si è sviluppata ed è troppo presto per la scuola» spiega la psicologa Benvenuti.

«La solitudine c’è e si fa sentire, si amplificano le sfide che una persona deve affrontare: nel caso di bimbi così piccoli, per esempio, c’è il periodo dei “no” da parte dei bambini, ma bisogna fare tutto da soli, manca per esempio il confronto con le altre mamme, che faccia capire come non ci sia nulla di patologico nelle richieste o nei comportamenti del bambino. Sono situazioni che si fanno sentire anche nelle fasce d’età più grandi, le fatiche del ruolo genitoriale vengono amplificate. Così come tutte le fragilità preesistenti».

Il problema è che la crisi sanitaria, con le relative conseguenze anche sul piano sociale, non sparirà a breve. E tutte le dinamiche indagate dagli psicologi sono destinate ad accentuarsi. La soluzione per non farsi travolgere va cercata, quindi, in famiglia. Con le persone più vicine, e più raggiungibili. «Semplicemente, bisogna tornare a parlare con i papà» ribadisce la dottoressa Benvenuti, «o con la mamma, ovviamente, e tenere aperto il confronto con l’altro partner. Se lavora tanto, se è fuori, allora suggerisco semplicemente di trovare un hobby, trovare qualcuno che tenga il bambino e andare fuori. Bisogna costringersi a farlo, a cambiare aria, a prendersi del tempo per se stessi. Ci sono diversi corsi, magari adesso saranno soltanto online, ma sono sempre occasioni per mettere la testa fuori casa, rilassarsi, pensare ad altro. E aiutano a uscire dalla propria visione del mondo, che in taluni casi, in momenti di sofferenza, può restituirci una visione distorta della realtà». —

LA RETE DI ASSISTENZA

Nel caso dei disturbi dello spettro autistico, l’Ulss 2 della Marca trevigiana ha messo in campo un piano d’azione che mira a ottenere diagnosi rapide e percorsi di assistenza per genitori e bambini. «Con L’Istituto Superiore di Sanità e i pediatri di libera scelta stiamo affrontando un percorso per la diagnosi precoce nei problemi di neurosviluppo, entro i tre anni del bambino» racconta il dottor Borsellino.

«Questo ci consente di programmare percorsi educazionali con i genitori e abilitativi con i bambini. Forse riusciremo a fare delle diagnosi addirittura prenatali indagando su enzimi e sostanze che possono essere predittive di problemi di neurosviluppo. Lo spettro autistico può avere disturbi di vario genere, c’è ancora molto lavoro da fare».

IL "DOPO DI NOI“

Il papà di Castello di Godego ha confessato, nella lettera lasciata a spiegazione del gesto, di non sopportare il pensiero del suo bambino senza genitori. Chi si sarebbe preso cura di lui, quando mamma e papà non ci sarebbero più stati?

Anche in questo caso lo psicologo dell’Ulss 2 di Treviso ricorda che ci sono servizi e percorsi dedicati. «Sul nostro territorio abbiamo una serie di strutture per il lavoro da fare con le famiglie. Abbiamo insegnanti di sostegno preparati, due centri diurni come Ca’ Leido e Kairos, addetti all’assistenza. Abbiamo un progetto per assistere questi bambini tramite azioni di diagnosi precoce, abilitazione, inclusione scolastica, approntando servizi durante tutto il ciclo di vita del soggetto. La Regione sta finanziando progetti importanti sul “Dopo di noi”».

(a cura di Enrico Pucci - da testi di Marta Artico e Andrea de Polo) 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato su Il Mattino di Padova