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Risate e sbagli, sepoltura choc «Mancanza di rispetto umano»

MONSELICE

A testimoniare la mala gestione del cimitero è la figlia di un defunto. «Mio padre è morto il 19 luglio per una malattia di una crudeltà implacabile», racconta Chiara Rando, «e con il decesso ci eravamo illusi che il travaglio fosse finito. Ci sbagliavamo. Desideravamo che fosse seppellito a terra, ma il terreno destinato alle nuove sepolture era stato sottoposto a sequestro». I tecnici del comune spiegano che l’unica alternativa era di posizionare la bara in un loculo “a scadenza” sino al dissequestro, ordinato per il rinvenimento di ossa. «Il 23 luglio ci hanno accompagnato a vedere il posto a terra assegnato, a ridosso del terreno sequestrato. Spinta da un desiderio, certamente irrazionale, di portare mio padre il più lontano possibile dai contenziosi, ho chiesto di spostarlo nella fila di testa». Niente da fare: i servizi cimiteriali dicono di non poter esaudire la richiesta, il regolamento prevede di seguire la fila. «Lo stesso pomeriggio, alle 16 l’addetto del cimitero mi telefona: la fossa era pronta e se volevamo assistere all’inumazione dovevamo sbrigarci, alle 16.30 avrebbero proceduto».

Una grande fretta, che costringe Chiara a prelevare in velocità la madre. «Siamo arrivate di corsa, la bara di mio padre, sotto un sole inclemente, era abbandonata di fianco alla fossa. Gli addetti del cimitero in abiti da piscina/lavoro hanno prelevato la bara, fra le intemperanze e le risate dell’incaricato all’escavatrice. Pare che tal “signore” avesse difficoltà a capire, senza il mio aiuto, che in quella cassa di legno c’era mio padre e che noi lo stavamo salutando per l’ultima volta. Si è zittito, ma solo per un attimo ed altre tre volte sono stata costretta a riprenderlo. Quando sono iniziate le manovre per deporre la bara, si sono resi conto era stata sbagliata la misura della fossa: hanno iniziato ad alzare la bara, a girarla, fino a quando, forse un’anima celeste è intervenuta affinché quello strazio finisse. Non ci fosse stato mio padre dentro la bara, potrei descrivere la scena come una tragicomica sequenza di un film. Uno degli addetti si è più volte scusato con noi, ma la vicenda non è ancora finita, non c’era una croce da mettere, e così è stata recuperata, non so dove, una vecchia».

La ditta di pompe funebri che seguiva la famiglia è rimasta incredula: «Nessuno li aveva avvisati dell’inumazione», continua Chiara. «Mi hanno detto che era compito loro accompagnare il defunto. Mi auguro che questa vicenda faccia riflettere sul senso della pietas, del rispetto umano e della memoria. Ci sono delle responsabilità, ma ognuno giocherà a scaricarle. Questa vicenda è lo specchio di una città schizofrenica, appassionata alle rievocazioni medievali, ma che dimostra scarso interesse a coltivare la memoria, quella vera, comunione spirituale tra i vivi e coloro che hanno compiuto il cammino terreno, verso i quali abbiamo un debito di riconoscenza». —

Pubblicato su Il Mattino di Padova