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L’abbraccio di mamma alla piccola bara e i messaggi dei compagni per l’addio a Christian, annegato in piscina a sei anni

La piccola bara in legno bianco, seguita dai genitori sorretti l’uno all’altra, ha fatto il suo ingresso poco dopo le 10.30 nella chiesa dedicata ai santi Felice e Fortunato. Il dolore di una famiglia che è il dolore di tutta una comunità. In chiesa i messaggi dei compagni di scuola

PADOVA. Christian che giocava con i sassolini sul cortile della scuola, Christian che rideva rincorrendo i compagni, Christian con la maglia della Juve. Sprazzi di vita di Christian Menin, morto annegato in piscina a soli 6 anni, tradito dall’ingenuità dei giochi di bambino. La piccola bara in legno bianco, seguita dai genitori sorretti l’uno all’altra, ha fatto il suo ingresso poco dopo le 10.30 nella chiesa dedicata ai santi Felice e Fortunato.

Eccolo il dolore di una famiglia che è il dolore di tutta una comunità. Esistono vedovi e vedove, esistono gli orfani, ma la società non ha mai trovato una parola per definire i genitori che perdono i figli, quasi una forma di protezione dal dramma che travolge e invade. È il dramma che oggi paralizza mamma Lisa e papà Emanuele, ma la potenza del transfert proietta tutti coloro che hanno osservato quel piccolo feretro bianco nello stesso baratro emotivo. 

Persino don Paolo fatica a trovare le parole: «Quanti perché sono passati nelle nostre menti, per provare a dare un senso a quello che è successo. Umanamente non troveremo mai una risposta. L’atteggiamento migliore è fare silenzio e stringerci intorno ai familiari». 

È un passo dell’Apocalisse di San Giovanni apostolo a precedere la breve predica che, attraverso la lente del credo cattolico, incornicia questa tragedia in una nuova vita ultraterrena del piccolo Christian. E così ora bisogna aggrapparsi alla parola “lassù” per sopravvivere al bisogno primordiale di un abbraccio, di una coccola, di un ultimo gioco insieme. 

«La nostra fede vacilla», ammette don Paolo, che evidentemente in questi giorni ha raccolto lo sconcerto della sua comunità, attonita di fronte a una tragedia che non si riesce ad accettare. «Christian vivrà per sempre ma bisogna intessere con lui una nuova relazione di dialogo e di affetto», è il suggerimento che arriva dall’altare, a una platea che nasconde le smorfie di sofferenza dietro le mascherine. 

L’istantanea che resta di questo bambino è quella che lo vede sorridente con la maglia bianconera della sua squadra del cuore, nella foto che completa un’epigrafe con le tonalità dell’azzurro. 

In chiesa, accanto alla statua della vergine, c’è un cartello scritto con i pastelli: “Ho bisogno di te”.

Di Christian avevano bisogno anche gli amici coetanei, che con lui stavano vivendo l’alba della vita fatta di giochi e leggerezza, la piccola socialità dell’infanzia che non concepisce un epilogo diverso dal lieto fine.

Nessuno di loro era presente in chiesa, un contatto così ravvicinato con la morte sarebbe stato troppo impattante. C’erano i loro pensieri, però. I loro ricordi, semplici e per questo potentissimi. Le partite a sasso-carta-forbice, le corse nel cortile della scuola senza che nessuno vincesse mai.

Anche le maestre hanno voluto fissare i ricordi, un modo per mettere in ordine i pensieri proprio nel momento in cui il dolore rischia di portarsi via tutto. Quanto possono essere belli e allo stesso tempo micidiali i ricordi, quando la parola “fine” arriva con questa brutalità. Il paese listato a lutto, i sindaci di Limena e San Pietro in Gu presenti con la fascia tricolore, la pattuglia dei carabinieri nel piazzale della chiesa. Una vicinanza anche istituzionale a chi sta combattendo contro il dramma.

La gente presente in chiesa ha osservato quella piccola bara bianca per più di un’ora. Non c’è pace per nessuno al pensiero di Christian chiuso lì dentro e alla solitudine che separa da tutto ciò che era prima e da ciò che, invece, sarà d’ora in poi.

Pubblicato su Il Mattino di Padova