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Addio a Bruno Capovilla, il grande re del teatro padovano che sapeva tutto Goldoni a memoria

Le sue commedie rappresentate in tutta Italia nel solco della tradizione del Ruzante: «Il padovano va riscoperto e amato». Ha scritto oltre 60 commedie

PADOVA. Bruno Capovilla conosceva tutto Goldoni a memoria, recitava con la naturalezza di un ragazzo ma con l’esperienza di un attore navigato. Amava il suo dialetto – el padovan – e in padovano ha scritto oltre 60 commedie.

Il regista, commediografo e attore padovano, nato a Peraga di Vigonza nel 1926, è morto martedì in ospedale, dove era stato ricoverato per difficoltà respiratorie. Stava male da un mese, da quando non lo vedevano al bar Da Orange e dall’edicola dell’Arcella che frequentava tutti i giorni. I funerali saranno domani alle 10. 30 nella Cappella del Cimitero Maggiore.

UNA VITA SEGNATA DALLE DONNE

Capovilla non aveva figli e lascia la convivente Luisa Bassan: non erano una coppia, ma si facevano compagnia dopo la morte della sua amata moglie. Le donne – due – nella sua vita hanno fatto la differenza, orientandolo sulla strada del teatro e ispirandolo. Prima mamma Emilia che lo avviò al palcoscenico veneto perché lei era una filodrammatica e, dopo, la moglie Esterina, attrice, scomparsa nel 1997. Con lei aveva iniziato a scrivere le commedie in dialetto e il successo fu repentino.

Era chiamato il “re del teatro veneto”. Non aveva studiato nelle accademie e nelle scuole, ma recitando sul palco, dando vita con genio alla quotidianità: una storia, una battuta.

L’IRONIA DISSACRANTE DEI TITOLI

Un’ironia dissacrante, divertente che nei titoli delle sue commedie faceva sintesi: “Go robà so pentito no ghe dago niente ndrio” (scritta durante Tangentopoli); “So san de mente”; “Martina tutto xè a me rovina”; “L’oseo de me nono gà ciapà sono” e “Co a sfiga no se schersa”.

«Tutte commedie – aveva raccontato a Leandro Barsotti in un “Buongiorno Mattino” del 2018 – che raccontano le nostre fragilità. Io ho sempre preso spunto dalla mia vita, dalle cose che mi sono successe».

E così anche di recente, era il 2015, aveva dato alla luce l’opera “Quando i soldi finiscono l’amore sparisce”, canzonando il mondo d’oggi e anche il mal costume nei lavori pubblici con “Cavalier Ugo Biscasso, ladro per necessità” , che però in origine doveva essere “Mose, condannato dalle acque”. La città di Padova l’ha amato, osannato, con lui ha riempito i teatri: le sale del Supercinema (quando c’era) per tre sere di repliche consecutive se c’era una sua commedia e 800 posti a sera al Teatro Ai Colli.

Nel 1987 Bruno Capovilla ha ricevuto il sigillo della città e lui che per la città è stato un ambasciatore culturale, non ha mai smesso di dire grazie al teatro che «mi ha dato tanto, tantissimo – aveva confidato a Barsotti– per me il teatro è la vita».

Non ha mai avuto timori di dire la verità, di condividere le sue riflessioni rispetto al mancato successo del teatro padovano rispetto ad altri dialetti: «Il nostro teatro è declassato – aveva ripetuto – Chi può aiutarlo? I politici, chi occupa posti di responsabilità. E noi abbiamo avuto persone che non avevano sensibilità: questa è sfiga. La sfiga per me esiste».

IL PESO DELLA SFIGA

Tanto da ricordare un episodio con delle mutande viola: un’attrice padovana, “la Gilberta” era vestita di viola, perfino nella biancheria intima e Capovilla le intimò: «Togliti le mutande sennò non faccio teatro», perché con la sfiga no, non si scherza. E infatti quella sera andò a fuoco il sipario.

A giugno del 2008, quando era presidente del Consiglio comunale Milvia Boselli, era stata presentata una serata teatrale in onore di Capovilla per conferirgli il premio “Una vita per il teatro veneto”.

Un ringraziamento al maestro per la sua straordinaria carriera artistica. Lo spettacolo – il cui ricavato era destinato allo Iov – fu al Verdi tra le battute di Goldoni e quelle di Capovilla stesso.

E lui, che aveva portato la sua commedia in giro per il mondo, si scherniva, ricordando che non era un professionista ma un dilettante. Capovilla conservava la schiettezza dei puri e l’allegria dei fanciulli. Non importa quanto il mondo potesse complicarsi, lui trovava sempre una chiave canzonatoria e ne faceva una pagina del suo teatro, fino all’ultimo spettacolo, poco prima della chiusura dei teatri per il Covid.

In quell’occasione aveva portato Ruzante, negli ultimi anni si diceva stanco, ma a guardarlo bene gli brillava l’occhio: sarebbe salito in scena.

«Per me era un mito – racconta Luisa –Il nostro incontro è stato tutto casuale, lui non voleva rimanere solo la notte e così ci siamo trovati a vivere insieme. Gli ultimi anni li ha vissuti in casa, soprattutto dopo il Covid: una vita diversa da quella a cui era abituato, per questo era anche un po’ giù di morale. È morto di fianco a me, era contento di vedermi, mi ha sorriso, aveva paura di essere lasciato solo». Solo sapeva stare solo su un palcoscenico.

Pubblicato su Il Mattino di Padova