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Padova, il parcheggio comunale tempio dell’eroina. Aperto un fascicolo per la morte di Nicolò

Lunedì l’autopsia sul corpo del 19enne. Ha perso la vita in un giaciglio di fortuna nel capannone abbandonato di via Sarpi

PADOVA. In un giaciglio di fortuna, tra coperte sporche e inumidite dal freddo, è morto un ragazzo di appena 19 anni, Denis Nicolò Artusi. In uno squallido capannone abbandonato, diventato il tempio del crack e dell’eroina, un’anima fragile se n’è andata troppo presto.

Ora la Procura vuole vederci chiaro. Vuole capire chi ha venduto la dose che ha ucciso il 19enne. Vuole sapere dove si trova il cellulare del ragazzo che ancora non è stato trovato. Denis Nicolò non l’aveva con sè? Gli è stato rubato? Forse le risposte le daranno i tabulati telefonici. Intanto per poter eseguire una serie di accertamenti è stato aperto un fascicolo contro ignoti per morte come conseguenza di altro reato. Lunedì l’autopsia.

Certo tutto questo non servirà a restituire a una famiglia un figlio che purtroppo è finito in un tunnel buio e profondo, da cui non è riuscito a uscire. Un tunnel che comincia proprio qui, in via Fra Paolo Sarpi, dietro al parcheggio dell’Aps dove ogni giorno lasciano l’auto decine e decine di persone prima di andare a lavorare. Qua c’è un capannone abbandonato, a ridosso della ferrovia. Un luogo tetro che fa riflettere su quella fetta di umanità che si trova in balia della droga. Ci sono dei bivacchi, dei giacigli di fortuna creati con vecchi materassi. Uno è rialzato, poggia su una rete in ferro. Sopra sudice coperte e brandelli di stoffa raccattata qua e là.

Ci sono scarpe rotte, indumenti usati chissà quante volte, bottigliette di plastica, pacchetti di sigarette vuoti e rifiuti di tutti i tipi. C’è una pentola per cucinare e un braciere rudimentale utilizzato soprattutto per scaldarsi nelle notti più fredde. In tutta la zona del bivacco è stata allestita una specie di copertura: una rete verde a forma di ombrello sorretta da una parte dal muro e dall’altra da una vecchia rete di ferro da materasso che fa anche da separé. E poi, a terra, ci sono pezzi di carta stagnola, siringhe ancora intrise di sangue, fazzoletti sporchi e lacci emostatici.

Venerdì, a nemmeno 24 ore dalla morte di Denis Nicolò Artusi, in quel luogo terribile, c’era un via vai continuo di persone, di tutte le età. Verso le 11 sono arrivati due ragazzi. Uno sulla trentina, l’altro un po’ più grande. Sono entrati nel parcheggio, passati di fronte alla guardiola, dove si trova il responsabile della cooperativa che lavora per l’Aps, e si sono diretti verso il capannone abbandonato. Sono spariti dietro all’unico albero presente, sulla destra, vicino a una parte di edificio in disuso, diventato oggi latrina, e si sono bucati. Prima uno e poi l’altro. Hanno gettato a terra le siringhe e si sono ricomposti. Cinque minuti, forse qualcosa in più, e sono ricomparsi da dietro l’albero. Hanno riattraversato il parcheggio e se ne sono andati. Come nulla fosse.

«Qua è così da sempre», dice il signore che lavora per l’Aps. «Io sono qua dal 25 di ogni mese al 5 del mese successivo per fare gli abbonamenti. Dalle 8 alle 13, a volte 16. A quel capannone non mi sono mai avvicinato, preferisco starne alla larga». Eppure quando è qua il via vai di tossici, proprio sotto i suoi occhi.

«Li vedo sì. Sono italiani e stranieri, giovani e vecchi. Sono poco riconoscibili perché di solito entrano tutti incappucciati. Alcuni si fermano pochi minuti, altri li vedo entrare e non uscire. Io non mi immischio. Non mi hanno mai dato fastidio e io non vado certo a vedere quello che fanno».

Giovedì, nella tarda mattinata, il tossico che ha trovato il corpo senza vita di Denis Nicolò è andato da lui a chiedere aiuto. «Mi ha chiesto di chiamare il 118 perché una persona stava male. Poi ha aspettato l’ambulanza e la polizia». Alla domanda se l’avesse visto scosso risponde: «No, l’ho visto spento, inespressivo. Come sono loro»

Pubblicato su Il Mattino di Padova