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Omicidio Toffanin a Padova, il ricordo di Cristina trent’anni dopo: “Sopravvissuta a metà, piango ancora per Matteo”

Il 3 maggio 1992 l’agguato dei sicari inviati dalla mafia, alla Guizza. Lei era la fidanzata del giovane che rimase ucciso per uno scambio di persona:  «Per 20 anni non ho frequentato più nessuno, ma sono riuscita ad andare avanti»

PADOVA. C’era il profumo dei tigli, quella notte del 3 maggio 1992. La primavera animava le giornate e i sogni nel cassetto di due giovani fidanzati, sulle di note di “Mare mare”, l’ultimo successo di Luca Carboni. Matteo e Cristina si stavano salutando, seduti in macchina, sotto casa di lei. Non si erano resi conto di essere circondati da un gruppo di sicari, perché quella violenza non faceva parte delle loro vite, quelle ritorsioni nulla c’entravano con la loro cultura. Vennero travolti da un inferno di piombo, con i proiettili che penetravano finestrini e lamiere della Mercedes 190 bianca. Una pallottola perforò la testa di Matteo, che rimase immobile sul sedile insanguinato, Cristina si salvò solo perché i primi colpi la ferirono alle gambe, il riflesso di chinarsi le consentì di schivare gli altri.

Trent’anni sono passati da quella notte in via Tassoni 4 a Padova, quartiere Guizza. Matteo Toffanin è morto a 23 anni per uno scambio di persona, oltre che per un’incredibile combinazione di coincidenze. Cristina Marcadella, invece, è sopravvissuta. «Diciamo che sono sopravvissuta a metà», evidenzia lei, accarezzando il fumetto che celebra il ricordo di Matteo: un martire della mafia in una terra che pensava di essere lontanissima dalla criminalità organizzata. Trent’anni dopo è forse giunto il momento di fare i conti con questo passato di sangue e ingiustizia.

L’INTERVISTA

Cristina, come mai si definisce una donna sopravvissuta a metà?

«Per più di 20 anni ho vissuto sospesa e non ho più voluto affrontare una relazione con un uomo. Non volevo nessuno vicino. Questa storia pesa nella vita di tutti i giorni. Per andare avanti mi sono fatta aiutare da un’analista. Ancora oggi, ricordando quella notte, mi ritrovo a piangere».

Chi erano Matteo Toffanin e Cristina Marcadella?

«Io avevo 25 anni, lui 23. Eravamo insieme quasi da 6 anni. Era la persona con cui volevo costruire un futuro. Io lavoravo già, Matteo invece stava facendo uno stage in un’azienda di Varese. Ci vedevamo il fine settimana».

Domenica 3 maggio 1992. Come l’avevate trascorsa?

«Quel giorno andammo a Jesolo a trovare alcuni amici. Matteo si fece prestare la macchina dallo zio. Alle 22 eravamo sotto casa mia, in via Tassoni 4. Il giorno dopo lui sarebbe ripartito per Varese».

Cosa ricorda di quei momenti?

«Ci stavamo salutando, mi girai per prendere la borsa sul sedile posteriore e improvvisamente iniziò il finimondo. Ricordo il rumore degli spari. Ho avuto la fortuna di essere colpita subito alle gambe, il dolore mi fece piegare in avanti e così rimasi. Per questo mi sono salvata».

E dopo le raffiche?

«Mi rialzai, un passante aprì lo sportello dell’auto. Matteo era stato colpito alla testa, mi girai verso di lui, era fermo sul posto di guida. Lo portarono via in ambulanza ma, di fatto, era già morto. Scesero mio padre e mia sorella, che avevano sentito gli spari e riconosciuto la nostra auto. Mi caricarono in un’ambulanza: una delle pallottole aveva trapassato la gamba sinistra ed era entrata nella destra. Il dolore vero, arrivò il giorno successivo».

Cosa intende dire?

«Mi dissero che Matteo era morto e per me fu l’inizio della fine. Era il mio primo ragazzo, pensavo che il mio futuro sarebbe stato con lui. In quegli anni ci si sposava, più che convivere. Noi avevamo ben chiaro in testa che un giorno avremmo costruito una famiglia. Mi crollò tutto addosso, ero rimasta sola. Qualche mese prima avevo perso mia mamma, a causa di un tumore».

VIDEO: IL RICORDO DI CRISTINA

C’è uno stato d’animo che ricorda di più?

«Mi sentivo in colpa: io ero sopravvissuta e lui no. E poi ricordo la vergogna. Le gente dubitava di noi, pensavano che avessimo fatto chissà che cosa».

Ha mai dubitato di Matteo?

«No, l’unica cosa che ho pensato è che magari avesse visto qualcosa senza rendersene conto. Dicevo: forse è successo qualcosa e non ce ne siamo accorti. Sono stata in un limbo fino a che non è emersa la verità».

Quella dello scambio di persona?

«Quella sera non eravamo noi l’obiettivo. Il condannato a morte era Marino Bonaldo, un pregiudicato che abitava in un appartamento al civico 11 di via Tassoni, aveva una Mercedes 190 bianca e la sua targa era molto simile a quella dell’auto dello zio di Matteo. Questo Bonaldo, emerse poi, aveva fatto uno sgarro a una famiglia siciliana. Alcuni giorni prima dell’agguato avevano sparato alla vetrina di un negozio che aveva in via Savonarola, cosa che lui non denunciò mai».

Lei ha detto che per oltre 20 anni non ha più voluto nessuno accanto. Come ha superato questo stato emotivo?

«Non riuscivo a capire come collocare questo fatto nella mia vita. Non si poteva cancellare e non si poteva neppure riavere quello che c’era prima. Gli incontri dall’analista mi hanno aiutato molto. Bisogna farsi aiutare, non c’è nulla per cui vergognarsi. Lo dico anche ai ragazzi, quando vado a parlare nelle scuole. Aprirsi è l’unico modo di sopravvivere a un trauma come questo. Comunque ci ho messo 25 anni».

Come è continuata la sua vita dopo quell’agguato?

«Ho vissuto in via Tassoni per qualche anno, con mio papà e mia sorella. Era la casa dove i miei avevano costruito la famiglia, noi siamo nate e vissute lì. Però, a un certo punto, mio papà ha deciso di venderla e così ci siamo trasferiti alla Sacra Famiglia. Ancora non mi sentivo al posto giusto e così sono andata via da Padova: mi sono trasferita a Roma, lavoravo negli uffici amministrativi dell’Unione italiana agricoltori. A un certo punto ho conosciuto l’uomo che ora è il mio compagno. È una persona molto paziente e comprensiva. Non è facile stare accanto a me, ne sono consapevole. Ma lui ci riesce. Ci sono periodi difficili, come la ricorrenza, ma cerchiamo sempre di parlarne ».

Chi è oggi Cristina Marcadella?

«Credo di essere riuscita a prendere in mano ciò che resta della mia vita. Lavoro nello studio della mia migliore amica, che non mi ha mai abbandonato. La figura di Matteo c’è e ci sarà sempre ma mentre all’inizio arginava qualsiasi altra cosa, ora riesco a gestirla in maniera diversa. Sono tornata a vivere a Padova e, fatalità, abito alla Guizza. Mi sarebbe piaciuto avere figli, ma non ne ho».

Lei crede nel destino?

«Il destino c’è, le coincidenze sono mostruose: la macchina, l’abitazione. Il vero bersaglio dei sicari che arriva a casa mezz’ora dopo perché lo avevano fermato delle pattuglie per un controllo a Mestre. Tutto questo ha a che fare con il destino di ognuno di noi. Resta un fatto, però: se Bonaldo non fosse stato la persona che era, non sarebbe successo tutto questo».

Ha mai avuto un confronto con lui?

«Non ne ho mai sentito l’esigenza».

È il 3 maggio 2022: sono passati 30 anni. Lei da anni collabora con Libera e ora ha realizzato un fumetto che ricorda la storia di Matteo. Qual è il senso?

«Custodire la memoria. Ci sono ragazzi che abitano lì e non sanno che è successo. Non c’è una targa, un cippo, nulla».

Crede nella giustizia?

«I primi anni era difficile crederci, poi sono andata oltre. Credo nei familiari che si battono per la verità. Il mio idolo è Ilaria Cucchi».

Ha paura di qualcosa?

«I rumori improvvisi mi spaventano tanto. E l’odore dei tigli mi scuote parecchio, ancora oggi».

E si lascia andare in un pianto.

*****

LE INDAGINI

C’erano le migliori professionalità in tema di polizia giudiziaria, sul caso di Matteo Toffanin. Ma nonostante questo, non c’è stata giustizia per il giovane giustiziato alla Guizza per uno scambio di persona. La Squadra mobile della polizia era guidata da Carmine Damiano e in Procura il caso venne affidato al migliore dei magistrati, Antonino Cappelleri, che oggi dirige il pool di magistrati padovani. Ma nonostante questo, il caso venne archiviato dopo circa un anno. Di fatto gli investigatori si trovarono in un vicolo cieco.

Subito le indagini si concentrarono su Marino Bonaldo, una persona con una marea di precedenti penali e con alcune aderenze alla Mala del Brenta. Abitava lì, a poche decine di metri di distanza. Aveva una Mercedes identica a quella che usò Matteo Toffanin e addirittura alcune cifre della targa coincidevano. Gli investigatori interrogarono a lungo Bonaldo, scoprendo cosa aveva fatto quella sera e facendo luce su alcuni suoi affari.

Marino Bonaldo trascorse la serata di domenica 3 maggio 1992 a casa di amici, in compagnia di una donna. Poco prima delle 22 si misero in viaggio verso Padova, per tornare, ma vennero fermati da una pattuglia dei carabinieri per un normale controllo stradale. Altra coincidenza che andrà a determinare il micidiale scambio di persona.

Quanto ai suoi affari, si parla di armi, droga e usura. In quel periodo, poi, il suo nome compare in un “bidone” da 200 milioni di lire, rifilato a una società milanese gestita da alcuni siciliani.

La polizia mandò i suoi uomini migliori anche in Sicilia, nel tentativo di avere qualche risposta. Ma risposte non ne arrivarono. Dopo un anno, furono chiuse le indagini “contro ignoti”.

Dunque ancora oggi non si conoscono i nomi degli esecutori materiali e non è mai stato fatto un processo.

Cristina Marcadella e i genitori di Matteo Toffanin non si rivolsero mai a un avvocato e non chiesero mai la riapertura delle indagini.

Fu una scelta la loro, per provare ad andare oltre. Ma 30 anni dopo c’è sete di giustizia. 

IL LIBRO E L’INCONTRO

Sull’omicidio Toffanin esce ora un libro a fumetti che ricostruisce la vicenda. I due autori sono poco più che trentenni: Antonio Massariolo ha scritto o testi e Giorgio Romagnoni ha curato la parte grafica. La pubblicazione, invece, è della padovana Becco Giallo. Ha collaborato anche l’associazione Filotekne.

Martedì 3 maggio 2022, alle 20.45, nella sala civica “Unione Europea” in piazzale Altiero Spinelli di Ponte San Nicolò, un incontro in ricordo di Matteo Toffanin. Intervengono, tra gli altri, anche Enza Rando, vicepresidente nazionale dell’associazione “Libera” contro le mafie e Stefania Beis, referente del coordinamento provinciale di “Libera”. Presente, ovviamente, Cristina Marcadella. La sopravvissuta di quell’agguato, al mattino, parla alle scuole di Ponte San Nicolò.

Pubblicato su Il Mattino di Padova