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“Mestre, droga ovunque”: il racconto dei tossicodipendenti

L’emergenza eroina in città: “Non serve cercarla, sono gli spacciatori che te la offrono”. Il ruolo dei nigeriani e dei tunisini. Gente che viene a “farsi” da tutto il Nordest. La tragedia di Marco, ultima vittima

MESTRE. Marco abbassa l’elastico dei pantaloni della tuta, la siringa infilza l’inguine, sulle scale tra il piazzale dei bus a lato della stazione ferroviaria di Mestre e il sottopassaggio pedonale di via Dante. È il confine, poroso, che separa la città dal mondo dei dannati. I passanti, compresi alcune turiste francesi che hanno sbagliato strada, affrettano il passo. Dice Marco: «Di solito non mi faccio qui, ma stavo male, non riuscivo a spostarmi. Non mi piace farmi vedere dalla gente».

La prima dose del giorno

Non sono ancora le 11 di venerdì, e questa è la scena della sua prima dose di Speed, un mix di eroina e cocaina. Con Marco ci sono due amici e anche loro si sono appena fatti. Cristian, 45 anni, di Reggio Emilia, uscito a marzo da San Patrignano, dove è rimasto per quattro anni. E Davide, 48, di Mestre, che si fa da quando ne aveva 38 e in comunità racconta di non esserci mai stato. Insieme a lui c’è un cane dell’area mite, «si chiama Shiva, è sempre con me».

L’aria è rancida, pizzica le narici. Piscio e fumo. I volti dei passanti si contraggono in strane smorfie. Recuperare la droga, anche la mattina, non è difficile. «Non serve cercarla, sono loro che vengono a cercarti».

Il prezzo dell’eroina

Ci sono gli spacciatori nigeriani e i tunisini. «Dai nigeriani una dose di 0,2 grammi di eroina costa 15 euro, dai tunisini ti porti a casa un grammo con 10 euro ma un grammo dei tunisini non vale gli 0,2 dei nigeriani». Marco si fa tra le 5 e le 8 volte al giorno, Cristian è arrivato a 20. Spesso tagliano la dose in due, per essere più sicuri, non caricare troppo. Mescolano l’eroina con le fialette di acqua fisiologica, o la scaldano sulla carte stagnola e la inalano. «L’ultima volta è stata giovedì a mezzanotte, oggi mi sono alzato verso le 9,30 e stavo male. Per questo siamo qui sui gradini», aggiunge Marco. Giovedì hanno visto il trambusto, la polizia nel park di via Dante. «È morto?», chiedono. Sì, c’è un morto. «Chi era?», incalzano. «Non lo conosciamo, forse di vista, se vediamo una foto».

Quattro morti per overdose

Il padovano di 51 anni è il quarto morto per overdose in un mese. Marco, Cristian e Davide dicono di non aver paura, di non temere che possa capitare a loro anche se il rischio c’è sempre. «Sono tossicodipendenti che riprendono a farsi dopo tanto, che si lasciando andare la mano, comprano la droga dai nigeriani e pensano che sia quella dei tunisini, bisogna stare attenti», avverte Cristian. Anche lui è tra quelli che ci è ricaduto.

Racconta così la sua parabola. «Quattro anni a San Patrignano, lì è dura ma sono bravi. Mentre ero lì ho perso la mia ragazza per overdose, mia sorella per malattia. Dopo quattro anni sono stato assegnato a un appartamento a Verona. Nel palazzo vicino c’era un gruppo che spacciava. Ho resistito una settimana, poi una sera che ho bevuto un po’ di più li ho chiamati». Era tre mesi fa. «La verità è che dopo essere uscito dalla comunità dovresti andare in un posto dove l’eroina non si trova», dice Davide, «per non avere tentazioni. Ma dov’è che oggi non trovi l’eroina?». Di sicuro c’è che Mestre è un punto di riferimento per il Nordest. «Ci siamo noi, che stiamo qui ma c’è un sacco di gente che arriva da fuori».

Il primo buco di Marco

Marco si muove sulle stampelle. Racconta la sua storia e il suo incontro con l’ero, quindici anni fa. «Era il 23 dicembre. Il primo buco. Pensare che, quando dovevo fare un prelievo, dovevo stendermi sul lettino per la paura». Inalavo l’eroina già da alcuni mesi. Fumavo con gli amici, per fare festa. Andavamo a ballare all’Aida o al Tnt. Quel giorno avevo un pezzetto piccolo di ero, ho pensato che se lo avessi inalato non mi avrebbe fatto nulla, ero in astinenza. E mi sono bucato». A fasi alterne, non è più tornato indietro.

«Non ho mai spacciato»

Si è fatto anche qualche giorno di carcere. C’è dignità nelle parole di Marco, la tuta nera, le scarpe nike senza lacci, uno zaino con le sue cose personali per trascorrere la notte dove capita, quando non c’è posto nel dormitorio di via Spalti. «Spacciavo, sì. Ma non droga. Non venderei mai morte: ci sono dentro, lo so bene cosa vuol dire. Non ne sarei capace. E posso dirlo? Me ne vanto. Mi hanno arrestato perché spacciavo banconote false. Ma non ho mai fatto scippi, non ho fatto stronzate. Solo qualche piccolo furtarello, se proprio necessario. Dal carcere sono andato in comunità, un paio d’anni, in Valdinievole. Sai dov’è? Vicino a Pistoia. Mi sono fermato anche di più del previsto. La Toscana è bellissima». E poi niente, non ha funzionato.

L’infortunio sul lavoro

Il ragazzo amante della kick boxing che pesava quasi 90 chili e ora è poco più di 60 è tornato a Venezia, ha lavorato come trasportatore al Tronchetto, ma nel 2018 ha avuto un incidente, che poi è il motivo per cui oggi ha le stampelle. Lavorava in nero. Dalla gru della nave alla gru della banchina per caricare dei sacchi di cemento nel camion. «Stavamo mettendo l’ultimo mezzo bancale, lo chiamiamo scampolo. Ma era caricato male e i sacchi di cemento mi sono venuti addosso». Bilancio dopo la caduta: «Femore e acetabolo rotto. Da lì è iniziato il precipizio».

«Smettere? Non voglio mentirmi»

Ragionare della possibilità di smettere è sempre complicato, ma è un esercizio che non bisogna smettere di fare. Marco, per un periodo seguito dal Sert di Mirano, e conosciuto dagli operatori di strada, la pensa così: «Mio padre se ne è andato quando ero piccolo, mia madre sta male. Non ho una casa, sarei invalido ma essendo senza residenza non mi viene riconosciuta. Da due anni sono in attesa di essere operato, e una volta ogni due giorni vado in Comune a vedere se l’ospedale mi ha chiamato perché non ho un telefonino. Ho fatto anche un corso per operatore di macchine a controllo numerico, ma chi mi prende a lavorare messo così? Da due anni sono in attesa di alloggio pubblico, ma niente. Ho qualche amico, qualche volta ci vediamo ma hanno famiglia, hanno le loro vite, non li voglio mettere in mezzo. È la mia vita. Ma come fai a smettere quando non hai neppure un appoggio? Io non ho mai fatto male a nessuno, male non fare e paura non avere. Ma non voglio mentire a me stesso. Vorrei smettere ma è difficile provare a smettere quando non hai un solo appiglio al quale aggrapparti».

Pubblicato su Il Mattino di Padova