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«Mio papà morto di cancro in attesa di diagnosi e di cure»

La denuncia di una figlia contro le lunghe attese della sanità: «Abbiamo aspettato l’istologico tre settimane, poi la chiamata mai arrivata per iniziare la chemio. È stato abbandonato»

PADOVA. «Mio padre è stato abbandonato dalla sanità: è morto consumato dal male, senza che nessuno facesse nulla per lui».

È il grido disperato di Federica Vittadello, 33 anni: una figlia ferita e arrabbiata. Racconta di un’odissea durata tre mesi, divisa tra Azienda Ospedaliera e Istituto oncologico veneto. Costellata di ricoveri, visite, esami, telefonate e attese interminabili. Ma soprattutto di un ritardo nella diagnosi: «Per avere l’esito di una biopsia abbiamo dovuto aspettare tre settimane e nel frattempo mio padre continuava a peggiorare. Era sempre più stanco, insofferente e non mangiava più».

Luciano Vittadello è mancato la mattina dello scorso 9 luglio, nella sua casa a Padova, all’età di 71 anni, affetto da un cancro. «Nessuno ci ha mai informato sulla gravità della malattia e ancor oggi non sappiamo da dove è partito il tumore», lamenta la giovane, «io e la mia famiglia continuiamo a non avere risposte alle nostre domande. Nessuno ammetterà gli errori e nessuno pagherà mai».

La battaglia contro il cancro del signor Vittadello era cominciata circa quindici anni fa, quando nel 2001 era stato sottoposto a un intervento per la rimozione di un carcinoma del cavo orale. Dagli esami periodici la malattia risultava sotto controllo, ma negli ultimi tempi era inaspettatamente ricomparsa in tutta la sua aggressività.

«La vicenda è iniziata il 21 aprile, quando mio padre fu ricoverato all’Azienda Ospedaliera di Padova per difficoltà di respirazione causate da un versamento pleurico», spiega Federica Vittadello, «in quell’occasione gli furono prelevati dal polmone ben tre litri di acqua. Dopo dieci giorni di degenza in ospedale, è stato rimandato a casa. Le sue condizioni erano lievemente migliorate, ma non abbastanza. Infatti poco dopo è seguito un secondo ricovero all’ospedale civile, durato dal 9 al 21 maggio. I due ricoveri sono avvenuti in due reparti diversi che non comunicavano tra loro. Il 14 maggio furono estratti dai polmoni altri cinque litri di acqua e il responsabile del reparto decise di effettuare un piccolo intervento per diminuire la possibilità di formazione di acqua nell’organo».

E proprio durante l’operazione sono stati prelevati alcuni campioni di tessuto, con l’obiettivo di verificare il grado e composizione della patologia. «Per la risposta dell’esame istologico abbiamo aspettato dal 14 maggio fino al 9 giugno. Inutili le telefonate di sollecito. Intanto mio padre era stato preso in carico dall’Istituto oncologico di Padova. Le visite oncologiche, oltre a prevedere ore di attesa interminabili e stress non indifferente, non servirono a nulla in quanto il medico oncologo per ben tre settimane non ha avuto notizie dell’esito. Mentre il tempo passava mio padre faceva sempre più fatica a deambulare, il senso di fame stava lentamente sparendo, era debole e anemico. Quando dopo svariate peripezie l’oncologo riuscì ad avere in mano l’esito, non spiegò le effettive condizioni del paziente, ma si limitò a dire che servivano ulteriori esami. Prescrisse a mio padre un esame fastidioso come la colonscopia che alla fine si rivelò inutile. Poi disse che dovevamo attendere una sua telefonata per fissare l’inizio della chemioterapia.

L’oncologo in questione non chiamò più. Dopo quasi un mese di attesa con la speranza che qualcuno di facesse sentire, ci siamo rivolti ad un’altra struttura ospedaliera, che attivandosi immediatamente ha provato a somministrare a mio padre le cure necessarie. Purtroppo però ormai era troppo tardi».

Pubblicato su Il Mattino di Padova