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In sala i film di Natale, i nostri consigli questa settimana sul grande schermo

Le recensioni dei nostri critici Michele Gottardi e Marco Contino sui film usciti questa settimana sul grande schermo. Leggi e commenta

PADOVA. Quattro film di Natale al cinema dal 18 dicembre 2014. Ecco le recensioni dei nostri critici Michele Gottardi e Marco Contino.

Tutti i film in proiezione nei cinema di Padova con orari e trailer

L'AMORE BUGIARDO - GONE GIRL

Le mille verità del thriller di David Fincher

Tratto da un bestseller di Gillian Flynn, "L'amore bugiardo" si deve alla intrigante quanto abile mano di David Fincher, geniale regista e abile narratore della provincia americana. Da "Seven" a "Fight club", da "Social network" a "Millennium" i film di Fincher provocano a fondo lo spettatore, causando in lui atteggiamenti diversi tra il divertito, l'atterrito e l'affascinato. È così anche per l'ottimo "Amore bugiardo" in cui, partendo da premesse hitchcockiane, Fincher snoda un'indagine sulla scomparsa di Amy (Rosamund Pike, ex Bond-girl di “007-La morte può attendere”), newyorkese, scrittrice e giovane moglie affascinante di Nick Dunne (Ben Affleck). Le tracce di Amy si perdono una mattina quando nella loro bella casa nel Missouri si trovano tracce di colluttazione che fanno pesare al peggio. Rapimento od omicidio? Nick diventa il sospettato numero uno agli occhi della polizia, dell'opinione pubblica e dei mass media che ne esaltano certe violenze e le molte infedeltà. Ma giunto poco meno che alla metà delle sue due ore e mezza, il film cambia registro e soprattutto punto di osservazione, dando spazio alla lettura della moglie, attraverso le parole del suo diario o dei flashback.

Così pian piano il film si trasforma in un'analisi della società dello spettacolo, inframmezzato da breaking news e interviste televisive, il tutto mentre i ruoli dei protagonisti si invertono progressivamente sino al finale thriller. Ma anche e soprattutto un’introspezione sulle bugie del matrimonio, sulle costrizioni reciproche che obbligano la coppia a doversi accettare quasi in modo coatto, salvo fughe e violenze verbali e fisiche. Il lavoro di indagine di Fincher scava nelle psicologie malate dei personaggi, ne scopre il lato oscuro così come fa da sempre, da “Seven” in poi, con una certa predilezione per una misoginia di fondo che nemmeno “Millennium” aveva temperato. Man mano che le vicende scorrono sembrano ingarbugliarsi, anziché chiarirsi: è un gioco di specchi continuo che mostra non una ma mille verità, come davanti a uno schermo a circuito chiuso che controlla, a mosaico, le diverse riprese di un interno, al pari di quello davanti al quale si consuma la scena finale. E chi è allora Nick: un gelido assassino o un ingenuo preso dentro al vortice? Un amante di studentesse o un marito che, insofferente alle follie della moglie, diventa violento? Imperdibile. (mi.go.)

Durata: 145’. Voto: ****

La scheda del film su TrovaCinema

IL RAGAZZO INVISIBILE

Il fantasy italiano targato Gabriele Salvatores

Gabriele Salvatores si merita un 8 solo per il fatto di provarci. Il regista napoletano è sempre stato coraggioso, sin da quando, dopo l’Oscar, ha battuto la via della fantascienza (Nirvana), quella pulp (Amnesia), il thriller (Denti e Quo vadis baby?), i drammi adolescenziali (Io non ho paura - Come Dio Comanda), respirando qui e là aria internazionale (Educazione siberiana) ed iperrealista (Italy in a day). Oggi, Salvatores si cimenta nel genere fantasy. “Il ragazzo invisibile” ha, però, il pregio di non americanizzarsi troppo, mantenendo uno sguardo intimista, fortemente empatico verso i più giovani, pur non rinunciando all’azione e ad un plot da cinecomic (forse la parte più debole del film).

La storia del tredicenne, vessato dai bulli, con madre single poliziotto (Golino) che scopre quanto possa essere utile (ma anche sconvolgente) il dono dell’invisibilità, oltre ad essere metafora dell’adolescenza, diventa un film esteticamente attento: sullo sfondo una Trieste terra di confine, “tagliata” e “angolata” come nelle migliore tradizione delle strisce fumettistiche. (m.c.)

Durata: 100’. Voto: ***

La scheda del film su TrovaCinema

LO HOBBIT - LA BATTAGLIA DELLE CINQUE ARMATE

L'ultimo capitolo della saga, col sapore di dejavù

Tutto comincia e tutto finisce nella Contea. Dopo sei film, 17 Oscar e incassi record, l’universo tolkeniano, ricreato al cinema da Peter Jackson, si congeda definitivamente dal suo pubblico, non senza una punta di malinconia per una “doppia” saga - soprattutto la prima, nata dalle pagine de “Il Signore degli anelli” – che ha rivoluzionato il filone “fantasy” e appassionato milioni di spettatori. Il capitolo finale della trilogia de “Lo Hobbit” - La battaglia delle cinque armate - è quello che risente più degli altri del tempo che passa, schiacciato dai suoi stessi precedenti e, pertanto, più incline a rifugiarsi nell’epica di battaglia per colmare il vuoto di una storia che, di fatto, non c’è. A meno che, tra l’uccisione del drago Smaug e il continuo fronteggiarsi degli schieramenti opposti, non la si voglia trovare nel triangolo amoroso (peraltro spurio) tra la bella guerriera elfica Tauriel, l’arciere Legolas e il nano Kili o nella ossessione di Thorin Scudodiquercia per il tesoro della montagna.

Certo, la grandiosità degli scontri di guerra ma, soprattutto, il duello sul ghiaccio tra il re dei nani e Azog il profanatore, sono impressionanti anche per i non adepti che, tuttavia, rimangono il target principale di un film che, vuoi per la scarsa empatia per i protagonisti, vuoi per una sensazione di “dejavù”, è avaro di emozioni e quelle che suscita sono comunque legate al “vecchio” Signore degli anelli. (m.c.)

Durata: 144’ – Voto ** ½

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JIMMY'S HALL - UNA STORIA D'AMORE E LIBERTA'

Ken Loach torna in Irlanda, tra sentimento e ironia in agrodolce

Cade l’embargo contro Cuba, ma Ken Loach resiste. Questa volta a fare da sfondo alla vicenda che il regista britannico (78 anni) narra in “Jimmy's Hall”, c’è l’Irlanda (un ritorno dopo “Il vento che accarezza l’erba”) verde e indipendente – ma molto divisa – degli anni trenta. E soprattutto della lotta di classe tra braccianti e fittavoli d’un lato e proprietari terrieri dall’altro, protetti dall’arciprete locale, padre Sheridan. Finché non torna un vecchio attivista, Jimmy Gralton, e riapre un ritrovo usato come sala da ballo e palestra, osteggiata già dieci anni prima dai reazionari, che avevano costretto Jimmy alla fuga a New York.

Di punto in bianco, l’apatica popolazione del luogo – indipendentemente dalla propria collocazione sociale e politica – riprende a frequentare i corsi di arte e sport e le lezioni di ballo, sino a scontrarsi di nuovo con le gerarchie cattoliche e fondiarie. Cantore di marginali e diseredati, Loach coniuga qui l’attenzione verso la classe operaia e contadina con il contrasto tra la tradizione dei balli popolari e l’arrivo del jazz di Harlem, mescolando sentimento e ironia in agrodolce per narrare senza retorica e accenti didascalici la storia dell’attivista irlandese, morto a New York nel 1945 (mi.go.)

Durata: 109’ – Voto *** ½

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Pubblicato su Il Mattino di Padova