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Ismail e la foto dell’Is «Faremo di tutto perché torni a casa»

Belluno, la madre: «Quel bimbo col kalashnikov è mio figlio» L’avvocato della famiglia: «In azione ministero e Antimafia»

BELLUNO. Il piccolo con il kalashnikov. Il cuore di mamma Lidia Solano Herrera giurerebbe che quel bambino di tre anni addobbato come un combattente dell’Is è proprio Ismail Davud, il figlio avuto, a Belluno, da Ismar Mesinovic. La razionalità dell’avvocato Aloma Piazza, invece, consiglia molta prudenza. L’istinto e la disperazione da una parte; la testa e il diritto dall’altra. Mentre la ragazza cubana trapiantata prima a Longarone e poi a Ponte nelle Alpi sta inseguendo una speranza, il legale trevigiano pensa di rivolgersi al ministero degli Esteri, perché l’articolo 1 del suo codice dice che quel cucciolo impaurito va riportato a casa. Ovunque egli si trovi.

Papà è morto in battaglia, ad Aleppo, mentre combatteva con i ribelli al regime del dittatore siriano Bashar al Assad e il bimbo potrebbe essere, a sua volta, da quelle parti. Nella trasmissione televisiva de La7, Announo, si è parlato di Jarabulus, una cittadina siriana, al confine con la Turchia, però di prove non ce ne sono: «Sappiamo che è all’estero. Questa l’unica certezza che abbiamo», garantisce Piazza, «pertanto, il nostro referente principale non può che essere il ministero competente. Aggiungo la Direzione distrettuale antimafia, l’unico ente in grado di avere i tabulati, che possano aiutarci a ricostruire gli spostamenti di Ismar Mesinovic, insieme al figlioletto».

La procura della Repubblica di Belluno ha svolto delle indagini, fermandosi inevitabilmente, quando si è saputo della morte dell’imbianchino bosniaco: «Non c’entra più niente, in questa vicenda: il procuratore capo Francesco Saverio Pavone aveva aperto un’inchiesta per sottrazione di minore, ma tutto è stato archiviato, al momento della morte dell’uomo. Niente da dire sul suo operato, basta che non si dice che avevo in agenda un appuntamento nel suo ufficio, perché questo non è vero. Non succederà, perché non avrebbe alcun senso. Non so come possa essere uscita una notizia del genere, peraltro nemmeno verificata con la sottoscritta».

Le due donne si sono confrontate anche nelle ultime ore: «So che il padre di Ismail era stato autorizzato dalla moglie a portare il bimbo a Doboj, in Bosnia, per una visita ai nonni», spiega Piazza, «ma abbiamo la sicurezza che i due non sono mai passati di là. Ci dicono che Ismar Mesinovic sia morto, di conseguenza in questo momento c’è qualcuno che trattiene il piccolo, senza alcun consenso. Non sappiamo di preciso dove e questo è il primo problema serio da affrontare. È all’estero, come dicevo, ma non abbiamo altre indicazioni».

Mesinovic era partito con il macedone di Chies d’Alpago. Munifer Karamaleski alla fine dello scorso anno. I due frequentavano il centro culturale islamico Assalam di Ponte nelle Alpi e da qualcuno erano stati convinti ad andare in Siria. Per questo, la procura distrettuale di Venezia sta indagando sui marocchini Annas Abu Jaffar e Ajhan Veapi e sull’imam bosniaco Bilal Bosnic, con l’ipotesi di reato di reclutamento ai fini di terrorismo anche internazionale. A settembre, Bosnic è stato catturato dalla polizia di Sarajevo e condannato a un mese di reclusione. Non ci sono notizie fresche a proposito di Karamaleski, che aveva portato con sé la giovane moglie e tre bambine piccole, lasciando il resto della sua numerosa famiglia nella frazione di Palughetto.

Negli ultimi giorni, sono circolati presunti sms sulle condizioni di salute di Ismail Davud e alcune fotografie che potrebbero anche ritrarlo, ma è tutt’altro che scontato: «Mi riservo di visionare tutto, sempre ammesso che questo materiale esista davvero. Non lo so ancora. L’unico dato fondamentale è che il bambino dev’essere riportato a casa e restituito alla madre, che non lo vede ormai da più di un anno. Chiedo un po’ di sensibilità da parte di tutti coloro che si stanno occupando di questo caso terribile e molto delicato».

Il Ros dei carabinieri sta continuando a lavorare, dopo un certo numero di perquisizioni e il sequestro di documenti e computer.

Pubblicato su Il Mattino di Padova