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Paziente si uccide, il pm chiude il caso contro il medico

Sono le 18.30 dell’8 gennaio 2014: Alessio Schiavo, 56enne residente in città, si spara un colpo al Tiro a segno situato in via Goito. Non muore anche se le ferite, provocate dalla pistola Berben...

Sono le 18.30 dell’8 gennaio 2014: Alessio Schiavo, 56enne residente in città, si spara un colpo al Tiro a segno situato in via Goito. Non muore anche se le ferite, provocate dalla pistola Berben calibro 22 che l'uomo aveva appena noleggiato nell’impianto e si è puntato alla testa, appaiono immediatamente gravi e profonde. Sono lesioni devastanti che, prima, impediscono un intervento chirurgico, poi rendono inevitabile la morte arrivata dopo un coma di una trentina di ore. Aveva raccontato un testimone, l’ex direttore del Tiro: «Ero nel bar del poligono con amici. Ho visto il direttore dell struttura, che dal computer osserva le registrazioni di tutto quello che avviene nei vari stand, scattare in piedi e correre. Poi sempre il direttore ha chiamato il 118. Credevo che l’uomo fosse morto. Si è sparato con una calibro 22, un proiettile molto piccolo e maledetto perché non ha il rivestimento di ottone come quelli di calibro maggiore, ma è solamente piombo. Ha una velocità di 3,20, forse 3,50 metri al secondo e quando va a sbattere contro una superficie dura si frantuma in mille pezzi». Sul caso era stata aperta un’inchiesta della procura di Padova: la vittima soffriva di disturbi psichiatrici ed era in cura nel Centro di igiene mentale dell’Usl 16. Così nel registro degli indagati è finito lo psichiatra che aveva in cura Schiavo, con l’accusa di omicidio colposo. Al medico era stato contestato un comportamento negligente per non aver valutato adeguatamente il rischio suicidiario anche in relazione al fatto di non aver sollecitato un Tso (trattamento sanitario obbligatorio). Ma gli accertamenti investigativi hanno convinto l’autorità giudiziaria dell’assoluta mancanza di qualsiasi responsabilità da parte dello psichiatra: la sua condotta è risultata ineccepibile dal punto di vista professionale. Peraltro Schiavo aveva superato senza alcun problema tutte le prove di idoneità imposte a chi frequenta il poligono: nel 1999 la presentazione del primo certificato medico per l’iscrizione cui ne sono seguiti altri. Così la procura ha chiesto l’archiviazione del procedimento penale avviato nei confronti dello psichiatra difeso dall’avvocato Marina Infantolino. Tuttavia la compagna dell’uomo non ha condiviso quella conclusione e si è opposta all’archiviazione assistita dall’avvocato Gino Menin: è stata fissata una discussione fra le parti per il prossimo 11 febbraio davanti al gip Cristina Cavaggion. Sarà il giudice a decidere se mandare in archivio o meno il caso, dopo aver ascoltato e valutato le ragioni di tutti. (cri.gen.)

Pubblicato su Il Mattino di Padova