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I ragazzi di Brema nati per l’acqua morti nel fuoco

Il 28 gennaio 1966 in Germania cade un aereo con a bordo sette nuotatori azzurri, il loro allenatore e un giornalista Rai

PADOVA. Cinquant’anni sono nulla se confrontati all’eternità. Cinquant’anni sono un’eternità se riferiti alla vita di un individuo. Cinquant’anni, mezzo secolo, un tempo lunghissimo capace di far perdere la memoria storica. L’idea di riportare in vita la storia dei ragazzi di Brema, dei sette nuotatori azzurri, del loro allenatore e di un telecronista Rai morti in un incidente aereo accaduto la sera del 28 gennaio 1966 in Germania, nasce due anni fa, ad agosto, al Lido di Venezia. Lì, sulla spiaggia, un busto, tra le onde un memorial. Entrambi riferiti a un giovane che le foto dell’epoca in bianco e nero ce lo consegnano dal sorriso accattivante, dall’aria scanzonata. Lui Amedeo Chimisso, un ragazzo figlio dell’immediato dopoguerra italiano, tra questi mari è nato, coltivando un sogno che i suoi vent’anni non ancora compiuti lo hanno portato fino alla Nazionale, a una maglia azzurra che proprio in quei primi anni Sessanta stava uscendo dal limbo di uno sport per pochi.

Il destino dei ragazzi di Brema si compie la sera del 28 gennaio 1966 quando l’Italia intera è attaccata ai televisori per seguire il festival di Sanremo, l’appuntamento canoro per eccellenza che allora, come oggi, rappresenta un fenomeno di costume. Su quell’aereo della Lufthansa c’erano sette nuotatori azzurri, il triestino Bruno Bianchi, il veneziano Amedeo Chimisso che gareggiava per la Rari Nantes Patavium, l’odierna Padovanuoto, i romani Sergio De Gregorio e Luciana Massenzi, la bolognese Carmen Longo, il torinese Chiaffredo Rora, la milanese Daniela Samuele, il loro allenatore Paolo Costoli e il telecronista Nico Sapio. L’appuntamento, nell’anno degli Europei di Utrecht, era di quelli importanti. Il meeting di Brema rappresentava per un nuotatore un evento imperdibile. Loro, i ragazzi di Brema, sono stati fermati dal destino nel momento più bello, quello che gli avrebbe permesso di costruire il proprio futuro. Un destino davvero atroce. A ricostruire la loro storia sembra proprio che la Morte li abbia rincorsi. Tante le coincidenze, le trappole che il destino ha sparso nell’ultimo viaggio che ha segnato la loro drammatica fine. A cominciare da quella nebbia che, gravando su Milano, ha impedito la partenza del volo Milano-Francoforte. Il destino ci ha messo lo zampino anche quando la comitiva azzurra decide di prendere un treno per Zurigo, da dove avrebbero poi preso un aereo per raggiungere la Germania. Ma proprio nel momento in cui i ragazzi e il loro allenatore stavano per salire sul convoglio, ecco che arriva trafelato un funzionario dell’Alitalia che li informa che a Linate c’è un aereo della Swissair che forse parte per Zurigo. Il comandante ha promesso di aspettare gli azzurri. Costoli, capo comitiva, decide di rinunciare al treno. Il comandante dell’aereo svizzero mantiene la promessa e gli atleti e il loro allenatore riescono a imbarcarsi. Il volo è regolare e a Zurigo un altro aereo li porta a Francoforte. E qui avviene la seconda coincidenza che si rivelerà fatale. L’aereo atterra in ritardo e gli azzurri perdono la coincidenza per dodici minuti. Il destino fa lo sgambetto anche al giornalista Nico Sapio, che decide di non prendere il volo per aspettare i ragazzi della Nazionale. I loro destini si sono alla fine annodati. Alle 18 50” e 40” il Convair della Lufthansa esplode sulla pista 27 dell’aeroporto di Brema nel tentativo di atterrare. Nello schianto muoiono tutti, 46 vite spazzate tra cui i sette giovani e splendidi nuotatori italiani, il loro allenatore e il giornalista Rai. Una tragedia che ha lasciato nei cuori e nelle menti molti dubbi che ancora oggi, a distanza di mezzo secolo, non sono stati dissipati. Il clima politico dell’epoca che vede la Germania al centro della guerra fredda, caricano ancora di più di domande e sospetti. A scatenare ridde di ipotesi e sospetti il ritrovamento del corpo del secondo pilota, Klaus Schadhof. Perché nella mano sinistra dell’uomo è trovata una pinza, marchiata da un lato con la sigla Kraueter 056-8 Usa. La polizia criminale tedesca poi trova altri due utensili meccanici, una pinza per pompa d’acqua e una chiave inglese. Mentre la pinza trovata tra le mani del secondo pilota è vecchia e in qualche punto presenta tracce di ruggine, le altre due sono nuove. Tutte di fabbricazione americana non appartengono agli utensili usati nelle riparazioni dei Convair e dei motori Pratt & Whitney, per i quali la Lufthansa dà in dotazione pinze fatte di acciaio cromato. I ritrovamenti anomali scatenano dubbi e domande. È avanzata subito una ipotesi inquietante: a bordo del Convair c’è stato un tentativo di aggressione? Il secondo pilota si è difeso? Oppure lui stesso è l’aggressore? C’era un clandestino? I dubbi, dopo mezzo secolo non sono stati ancora dissipati.

Pubblicato su Il Mattino di Padova