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La sua mano armata dalla solitudine

L’addio dell’ex moglie: una rosa rossa infilata nella maniglia del laboratorio che è rimasto chiuso per lutto

CADONEGHE. Una rosa rossa infilata nella maniglia del laboratorio chiuso per lutto: il biglietto recita “Tua moglie Elena” sebbene Giampietro Franco e la consorte non stessero più insieme almeno dal 1976. Si vedevano ancora, quando lei passava in piazza del Sindacato a trovare il figlio nella sua agenzia di viaggi. Due chiacchiere e un caffè al bar ZeroCinque, dall’altro lato della strada. Si vede che in queste ore di tremendo dolore avrà voluto ricordarlo come una moglie che ha perso il marito. Ma ad armare la mano di Giampietro Franco mercoledì mattina, nel bagno del suo laboratorio, pare sia stata la solitudine in cui era sprofondato da tempo e che forse, a settant’anni, aveva iniziato a pesargli. Per questo, probabilmente, lo aveva sconvolto tanto la morte recente di un suo amico: avrà pensato che ormai stava invecchiando e la cosa non gli piaceva. Lo ha spiegato nelle lettere che ha lasciato ai suoi cari, ognuna dentro una busta, allineate in modo ordinato sul tavolo della cucina, lì, dove le hanno trovate i carabinieri di Cadoneghe, quando hanno cercato tracce di un possibile motivo per il quale Franco avesse deciso di farla finita sparandosi con la sua Glock calibro 38.

Le lettere, privatissime, Fraco le ha indirizzate all’ex moglie, a un figlio, ai nipotini che tanto adorava (i loro regali li faceva incartare dalla fiorista perché dovevano essere belli: d'altronde era un creatore di accessori di moda e gli piaceva la bellezza anche nei dettagli). Nelle lettere chiede scusa del gesto che stava per commettere, scusa per comportamenti passati, ma unisce anche istruzioni dettagliate per sistemare le sue cose. Pare aver voluto chiudere il conto con la sua coscienza, con i suoi cari, senza lasciare nulla in sospeso tra loro. E si è sparato. Ma non lo ha fatto da solo, no. Come ogni mattina da anni a questa parte si era recato intorno alle 9 al bar con il suo collaboratore Daniele Facchinelli: aveva preso la solita brioche e il caffè, al bar ZeroCinque, dove di solito ricompariva alla sera per l’aperitivo. Un rituale. Aveva parlato del tempo, con Daniele conversavano di lavoro, il volto che non rivelava alcuna emozione particolare. Ma in fondo Piero, come lo conoscevano in paese, era poco incline alle confidenze, sebbene gentilissimo con tutti. Forse la pistola ce l’aveva in tasca. Giunti al laboratorio della ditta di pelletterie My Skin, con una scusa si è recato in bagno e si è sparato. La porta semiaperta non ha nascosto all’amico la vista del suo corpo riverso a terra. Ogni soccorso è stato inutile. Una morte apparentemente senza motivo se non quello della solitudine e della paura di invecchiare da solo. Ha preferito morire con un amico accanto, a pochi passi dal figlio e nella sua attività di lavoro. Ha chiuso i conti con la sua vita ed è uscito di scena come e quando voleva lui.

Una data dei funerali non è ancora stata fissata: il pubblico ministero Benedetto Roberti è verosimile che incaricherà il medico legale di eseguire l’autopsia. Solo allora sarà rilasciato il nulla osta alla sepoltura.

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Pubblicato su Il Mattino di Padova