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Guerra è morto nella clinica di Pfaffikon

È chiamata la casa del suicidio, in Svizzera. La mamma: «Si è donato agli altri». Era anche a processo per una Bmw rubata

La clinica dell’eutanasia è a Pfaffikon in Svizzera. Là ogni anno vanno a morire centinaia di persone e anche molti italiani gravemente ammalati per il cosiddetto suicidio assistito. Quella clinica l’ha scelta anche Stefano Guerra, 45 anni, rimasto paralizzato in seguito ad un colpo di pistola sparato da un vigilante dopo un colpo ad un bancomat a Lugo di Romagna. Lui era al volante dell’Audi rubata usata per il furto da lui e dai complici. L’uomo è morto il 16 maggio scorso.

Ricettazione, reato estinto

Non doversi procedere per morte del reo. La sentenza è stata emessa poche settimane fa nei confronti di Stefano Guerra che era a giudizio per ricettazione di una Bmw M5 station wagon che era stata trovata nel febbraio 2012 in un garage di via San Francesco a Limena che era nella sua disponibilità. La potente automobile era stata rubata a Villorba (Treviso) il mese precedente. Guerra, dalle accuse della procura, dell’inchiesta si era occupato il pubblico ministero Benedetto Roberti, al fine di ostacolare l’identificazione della Bmw per reimpiegarla a fini delittuosi, montava targhe tedesche contraffatte. Con la morte dell’imputato però il reato si è estinto e la vettura sotto sequestro è stata restituita al legittimo proprietario.

L’amico

«Sono rimasto incredulo nell’apprendere del colpo, non l'avrei mai pensato», dice Roberto Libero, amico del quarantacinquenne, che lo ricorda così: «Non è mai stato di molte parole, preferiva farsi gli affari suoi. Con la bella stagione prendeva la sua moto, una Yamaha R1 blu, dava una carezza al suo rottweiler e partiva impennando. Nel 2006 e nel 2008 aveva vinto il titolo italiano del campionato quad-motard, ma non si è mai dato arie nonostante la notorietà della quale godeva».

L’avvocato

Ivan Agnesini, legale della famiglia sottolinea che agli atti del processo nel quale la famiglia si è costituita parte civile contro il vigilantes che gli ha sparato non risultano carte che certifichino la morte per eutanasia.

La mamma

«Stefano aveva dolori atroci, insopportabili, lo vedevo soffrire qui in casa mia ogni giorno di più», racconta tra le lacrime mamma Candida, 87 anni, devastata dal dispiacere. "Ha deciso lui di morire. Ha detto al medico “Se non posso curare me ma con me si possono curare altri, dono il mio corpo”. Per mesi mi sono presa cura di lui, che da solo non era più in grado di fare nulla. Dovevo dargli da mangiare, lavarlo, metterlo a letto. Lui non parlava mai, non si lamentava perché non voleva vedermi soffrire. Voglio che Stefano venga ricordato per un ragazzo bravo. Aveva fatto ragioneria al Barbarigo, poi aveva svolto alcuni lavoretti. Era un meccanico per passione».

Pubblicato su Il Mattino di Padova