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«Voglio sapere chi ha sparato ad Albano»

La moglie del rapinatore ucciso a Nanto: «Non cerchiamo vendette, decisiva la prova stub sul benzinaio Stacchio»

TREVISO. «Nessuna vendetta, la vedova di Albano Cassol vuole solo conoscere la verità». Oltre al dolore per la perdita del marito, nella mente della donna (incinta del quarto figlio) e della sua famiglia, si affastellano decine di domande. Che cosa sia accaduto nessuno lo mette in dubbio: un proiettile esploso da un fucile ha colpito in pieno l’arteria femorale del giostraio quarantunenne, morto per dissanguamento in pochi minuti. «Ora la famiglia vuole sapere come sia accaduto, chi ha esploso il colpo. Non ci sono premesse, solo la ricerca della verità». La famiglia Cassol, residente a Fontanelle, nell’Opitergino, si è rivolta all’avvocato Francesco Murgia, del foro di Treviso, per chiarire cosa sia avvenuto la sera di martedì 2 febbraio. Cassol è morto nell'assalto di un commando criminale a una gioielleria di Ponte di Nanto, nel Basso vicentino, culminato con una sparatoria tra i banditi e un testimone, il benzinaio Graziano Stacchio, 65 anni. Il piano prevedeva l'ingresso di un malvivente nel negozio a fare da apripista ai complici e quindi la razzia.

Ma le cose sono andate storte per i banditi: la commessa, insospettita dai movimenti, ha bloccato la bussola d'ingresso. La mossa ha spiazzato i cinque assalitori che hanno provato a sfondare le vetrine a colpi di mazza fino a che dal vicino distributore di benzina il gestore del punto Eni ha imbracciato il fucile. Cosa sia accaduto dopo, prima che il corpo di Cassol venisse trovato nella Renault usata per la fuga, lo determineranno le perizie, anatomopatologiche (l’autopsia sarà eseguita domani) e balistiche. Il benzinaio è indagato per eccesso di legittima difesa: avrebbe prima sparato in aria, poi avrebbe cambiato traiettoria quando i rapinatori avrebbero risposto (ad altezza uomo) ai suoi colpi di avvertimento. È il racconto di quei frangenti che vuole chiarire la vedova del rapinatore ucciso: «Vogliamo accertare la verità», ribadisce Murgia, «oltre all’esame anatomopatologico, sarà fondamentale il concorso dei periti balistici, che chiariranno la sequenza degli spari. Noi stiamo solo ponendo domande, che dovranno ricevere risposte incontrovertibili». Il legale vuole chiarire se il benzinaio sia stato sottoposto allo stub, il guanto di paraffina. «Vorrei sottolineare come non possa esistere giustizia senza legalità. Ed è all’interno di questa cornice che vuole muoversi la famiglia. Rivolgo un appello però: basta speculare su questa vicenda, sul dolore di una donna e di una comunità». Ieri intanto i parenti della famiglia Cassol si sono radunati a Fontanellette, dove vive Cristina, la moglie di Albano Cassol, con i suoi figli, in attesa di un altro bimbo. Vivono in un caravan, accanto a un vecchio caseggiato diroccato, in mezzo alla campagna e ai filari di vigneti. «Nostro zio era un uomo buono», è il pensiero dei nipoti. Una famiglia di giostrai. La moglie Cristina ha un banco di frittelle e dolciumi, con cui va in giro a feste e manifestazioni. Albano a dicembre era andato in municipio per parlare con il sindaco e chiedergli un lavoro. «Denunceremo tutti quelli che hanno parlato male di noi e infangato la memoria di Albano», è l'intenzione dei familiari. I parenti in questi giorni, oltre alle varie dichiarazioni di esponenti pubblici, hanno letto in internet e sui social network numerosi commenti pieni d'odio nei loro confronti. Per questo oltre a valutare una richiesta di danni per l'uccisione del loro Albano, vogliono proteggere la vedova e i figli, nel timore che l'ondata di odio nei loro confronti possa passare dalle parole ai fatti. «Mio zio non meritava tutto questo, non dava problemi a nessuno, era buono», lo ricorda una nipote. «Mi sveglio e penso che non ci sei più, mi manchi tantissimo», sono le parole di un cognato.

(ha collaborato

Diego Bortolotto)

Pubblicato su Il Mattino di Padova