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Quando ogni corsa sembrava un rodeo

Gare leggendarie con il sigaro in bocca, schianti terribili e il ritiro di Hunt: «Lascio perché l’uomo non conta più...»

di Ludovico Fraia

Per capire com’era diversa da oggi la Formula 1 all’inizio, 65 anni fa, basti dire che il primo campione del mondo . Nino Farina, classe 1906, correva quasi sempre con il sigaro cubano tra le labbra. Lo fumava anche quando, nel 1950, vinse il titolo su un’Alfa Romeo 158 trionfando nell’ultima delle sette gare in calendario, a Monza, e battendo Juan Manuel Fangio e Luigi Fagioli. Non potè battere Tazio Nuvolari perché il Mantovano volante, già malato – sarebbe morto nel 1953 – non correva più in Formula 1.

Farina apparteneva a una dinastia, quella dei carrozzieri Farina. Era suo zio quel Pinin che fondò la Casa che, unendo nomignolo e cognome del fondatore, creò la Pininfarina. Ma Nino era diverso: gli piaceva l’avventura, le donne. Corse 36 gran premi e ne vinse cinque. Su Alfa Romeo, Ferrari e Lancia. Morì nel 1966 in un incidente, ma non in gara.

Farina fu, ma per poco, la bestia nera di Fangio. Per poco perché Fangio (1911-1995), morto nel suo letto a 84 anni, è forse il più grande campione di Formula 1 di tutti i tempi. Corse dal 1950 al 1958 su Alfa Romeo, Maserati, Mercedes, Ferrari, Kurtis Kraft. Partecipò a 52 Gran premi e ne vinse 24. Fu cinque volte campione nel mondo, nel 1951 e poi dal 1954 al 1957. Per titoli è stato battuto solo da Michael Schumacher nel 2002 e nel 2003. Ma chi era Fangio, al di là di queste cifre strabilianti? Era un professionista durissimo, addestrato da sempre a superare le difficoltà e andare avanti. Forse era anche fortunato. Sopravvisse nel 1955 a Le Mans anche alla più grande tragedia dell’automobilismo di tutti i tempi, quando una Mercedes 300SLR scagliata fuori pista uccise il pilota Pierre Levegh e 80 spettatori. Levegh, lanciato a 250 chilometri l’ora, si era vista la strada tagliata dalla Austin-Healey di Lance Macklin. Levegh alzò il braccio per segnalare il pericolo prima di perdere il controllo della vettura. Questo estremo saluto dell’amico francese – disse Fangio – gli salvò la vita. Stava vincendo quando la Mercedes decise di ritirarsi. Ma ci vollero dieci anni, nel 1965, all’esordio di Jackie Stewart (classe 1939) perché un campione come lui (tre volte iridato) facesse una battaglia per la sicurezza.

Nel 1966 nel Gp del Belgio Stewart si salvò per miracolo: incastrato nell’auto, dopo un incidente, con la tuta zuppa di benzina. La sua campagna per la sicurezza non lo rese popolare. Lui osservò: «Se avessi detto quello che gli altri avrebbero voluto sentire sarei stato un campione più popolare. Forse morto ma più popolare».

Stewart si ritira nel 1973 e viene il momento di Niki Lauda. Lauda è del 1949, un’altra generazione, la stessa di James Hunt (1947). Di fronte a loro Farina e Fangio sembrano due cavalieri medievali. Eppure Lauda e Hunt erano rivali ma amici. L’austriaco, detto il computer, sembra noioso perfino quando guida. Ma è capace di dire a Enzo Ferrari: «Questa macchina è una merda». Scampa a un incidente che lo segna per sempre ma vince tre titoli dal 1975 al 1984. Hunt ne vince solo uno nel 1976. I duelli tra i due sono memorabili, tanto da meritare un film (Rush nel 2013). Dei due il vincente è, probabilmente Lauda, anche nella vita. Lauda è tuttora un imprenditore di successo. Hunt muore a 45 anni, nel 1993, per un infarto. Aveva lasciato le gare nel 1979 dicendo: «Lascio perché nel mondo della Formula 1 l’uomo non conta più».

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Pubblicato su Il Mattino di Padova