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«Spero che Dekleva rimanga in carcere Ci vuole più rispetto per le vittime»

atto d’accusa«Se uscisse dal carcere e me lo ritrovassi davanti? Magari per un permesso premio? No, non avrei paura, non potrei. Lo devo a me stessa e lo devo a Lucia che ha pagato con la vita le...

atto d’accusa

«Se uscisse dal carcere e me lo ritrovassi davanti? Magari per un permesso premio? No, non avrei paura, non potrei. Lo devo a me stessa e lo devo a Lucia che ha pagato con la vita le menzogne di un uomo che ha avuto il solo torto di amare». Chi parla è Cristina l'impiegata trevigiana 50enne alla quale Renzo Dekleva aveva fatto credere di essere l'unica donna della sua vita. Un castello di bugie iniziato dichiarandosi un uomo libero che stava divorziando dall'ex moglie. Questo era ciò che Dekleva faceva credere a tutti. Seppur con qualche riserva anche Cristina gli aveva creduto. Pensava di esserne la compagna per la vita e invece era solo l'altra donna. Sì perché l'informatore farmaceutico era sposato, sua moglie si chiamava Lucia Manca, faceva la bancaria, e la coppia abitava in un appartamento a Marcon nel Veneziano.

la chiamata

La sera del 6 luglio di sette anni fa da casa Dekleva parte una telefonata verso il numero di Cristina. La linea è disturbata e qualcuno bruscamente riattacca. Secondo i carabinieri è l'uomo mentre il suo mondo di menzogne sta crollando. «Il mio più grande rammarico è che quella sera io e Lucia non siamo riuscite a parlarci durante quella telefonata. Se così fosse stato saremmo state noi a distruggerlo e invece è stato lui ad annientarci e questa storia ha preso la piega più drammatica e crudele».

una manciata di minuti

Cosa sia accaduto in quei minuti nell'appartamento di Marcon lo sanno solo Lucia, che da quella casa è uscita morta, e Dekleva che continua a proclamarsi innocente contro ogni logica. Il corpo di Lucia è stato abbandonato dal marito sotto il ponte di Cogollo del Cengio che porta a Falcade, dove la famiglia dell'uomo ha una casa in montagna. Un femminicidio, uno dei più seguiti in Veneto, commesso perché Dekleva non voleva perdere i soldi della moglie e nello stesso tempo voleva stare con l'impiegata di cui era follemente innamorato. Qualcuno potrebbe dire che Cristina, in fondo, era solo l'amante di Dekleva, ma rispetto ad altri casi mediatici come quello di Melania Rea e Roberta Ragusa, le donne che stavano con Parolisi e Logli sapevano che erano uomini già impegnati ed erano consapevoli del loro ruolo di comprimarie. Nel caso di Cristina non è andata così, anche lei è stata una vittima raggirata da Dekleva. Il «romantico conta balle» che fino all'ultimo ha negato di avere ucciso Lucia ed «è stato così meschino da averlo giurato persino sulla tomba di sua madre» ricorda Cristina.

«Se io e Lucia ci fossimo parlate lo avremmo smascherato. Questo pensiero non mi abbandona mai anche se mi consola quell'abbraccio da parte della mamma di Lucia Manca e dei suoi fratelli, che mi hanno capito», spiega Cristina. Due donne, due storie, due vite intrecciate insieme loro malgrado e un solo carnefice. Dopo aver letto gli appelli di Matilde, Gianangela e di molte altre donne che si sono trovate faccia a faccia con la violenza, Cristina si schiera al loro fianco. Una scelta di campo come era stato sette anni fa, quando ha aiutato gli inquirenti a incastrare Dekleva. «Non ho subito la violenza di Gianangela, Matilde e di altre donne che civilmente chiedono maggiori garanzie per la loro incolumità. Le apprezzo e le appoggio perché stanno portando avanti una battaglia giusta» dice l'ex compagna di Dekleva. «Altrimenti a cosa serve invitare le donne a denunciare gli abusi se poi non vengono protette?» , si chiede Cristina, che non vuol sentir parlare di permessi premio o misure alternative.

niente permessi

«Ma stiamo scherzando? Sono uomini che hanno soppresso vite, non si sono macchiati di reati banali. La mia posizione è chiara: Dekleva ha rimediato 19 anni? Beh per uno che ancora nega l'evidenza quale possibilità di recupero può esserci? Chi viene condannato per un omicidio dovrebbe espiare la sua pena fino all'ultimo secondo. Bisogna portare rispetto alle vittime, altrimenti è come ucciderle un'altra volta». —

Valentina Calzavara

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Pubblicato su Il Mattino di Padova