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La storia millenaria del Veneto raccontata da Francesco Jori

Un nuovo volume racconta l'epopea di una regione che è caduta e si è rialzata innumerevoli volte, riuscendo sempre a riscattarsi da ogni calamità

L'INTRODUZIONE

Benvenuti nel nostro quarto millennio. Avrebbe potuto far leva su un simile intrigante slogan, un marketing veneto dedicato, ormai diciott’anni or sono, al giro di boa tra Novecento e Duemila.

Sì, perché questa regione conosciuta dall’esterno soprattutto per il glorioso ed esaltante imprinting millenario della Serenissima, in realtà può mettere in campo una storia già lunga tremila anni; oltretutto con alle spalle una preistoria remota.

Potendo inoltre contare, come anello di congiunzione tra le due epoche, su un mito di alto livello, parificato a quello della Roma “caput mundi”: anche qui, in veste di progenitore, un eroe reduce dalla guerra di Troia, Antenore come Enea. O, a voler cercare di attualizzarlo, un profugo fuggito con alcuni compagni da uno dei più sanguinosi conflitti del Medio Oriente: sbarcato su una spiaggia dopo una lunga e perigliosa navigazione attraverso il Mediterraneo su una carretta del mare; trovando una nuova terra da cui ripartire, una nuova cittadinanza da conquistare.

Con una sostanziale differenza, peraltro: se la nascita di Roma è marchiata da un delitto fratricida, la vicenda veneta si propone come un percorso di riuscita integrazione. Imprimendo così al Veneto quel Dna che è rimasto sostanzialmente integro attraverso i secoli anzi i millenni: l’accoglienza, lo scambio, il dialogo, il confronto; in una parola, l’apertura al mondo. Che troverà idealmente in Marco Polo il testimonial più genuino.

Bastano queste poche considerazioni per far capire quanto complesso sia il tentativo di proporre una storia del Veneto che non si limiti alla stra-narrata millenaria stagione della Serenissima Repubblica di Venezia e dello stra-gettonato leone di san Marco; ma cerchi di rivisitarne radici e matrici, nel tentativo (dirà il lettore se e quanto riuscito) di mettere allo scoperto le costanti che garantiscono a questa regione la sua specificità.

Operazione complessa e rischiosa, certo: specie in una turbolenta stagione come quella presente, in cui è venuta maturando una vera e propria “questione veneta” peraltro affrontata più a colpi di slogan che a scavi sul campo; e che ormai da oltre tre decenni oscilla tra rivendicazioni di autogestione e pulsioni di strappi da un’Italia vissuta da molti come nemica.

Suggerendo peraltro una domanda terra-terra, al di là delle posizioni di parte: come mai nessun’altra realtà territoriale ha rivendicato così a lungo e con forza una propria autonomia, senza mai essere finora riuscita a portarne a casa neppure una briciola?

Con tutta la dovuta modestia, questo libro vuole essere un tentativo di fornire una risposta non banale, proprio rivisitando il lungo e intricato cammino che le genti venete hanno percorso: attraverso stagioni di straordinario splendore politico, economico, sociale, culturale; ma anche di miseria, depressione, marginalità, decadenza.

Partendo da una premessa, che è poi un pensiero del grande compositore Gustav Mahler: tradizione è conservare il fuoco, non adorare le ceneri. In altri termini, esplorare il passato non per rimpiangerlo, tanto meno per cercare di riproporlo; ma semplicemente perché lì, e solo lì, c’è la mappa per esplorare il futuro. Operazione tanto più necessaria oggi, in cui una tumultuosa trasformazione sta letteralmente sconvolgendo la realtà in cui viviamo, rischiando di farci perdere le coordinate interiori e di trasformarci in naufraghi del presente: ha ragione da vendere lo scrittore Predgar Matvejevic, potente voce mediterranea a cavallo tra mondi diversi, quando sottolinea che in fondo oggi siamo tutti ex di qualcosa. Ottima ragione dunque per riproporre, in chiave moderna, l’antica e fondamentale trilogia di domande: chi siamo, da dove veniamo, e soprattutto dove stiamo andando?

Sotto questo profilo, non c’è dubbio alcuno che negli ultimi vent’anni, in questo primo scorcio di Duemila, il Veneto – anche il Veneto – sia cambiato molto più che nei precedenti venti secoli; e tutto autorizza a supporre che tra altri vent’anni assomiglierà ben poco a quello di oggi.

Cito al riguardo un’esperienza personale, maturata nella mia attività di giornalista: l’incontro con un emigrato di seconda generazione, nato in Brasile e venuto in viaggio della memoria nel Trevigiano, la terra dei padri, con una qualche suggestione di stabilirvisi a tempo pieno. Proposito quasi subito abbandonato, nella traumatica scoperta che il Nordeste brasiliano dov’era nato e dove viveva rispecchiava in realtà le radici e le tradizioni originarie dei suoi genitori molto più dell’odierno turbolento Nordest italiano.

E’ solo un piccolo periferico segnale, ma comunque indicativo, di quella straordinaria mutazione antropologica che il Veneto attuale sta attraversando, con l’impatto di uno tsunami che fa strame di certezze acquisite, schemi consolidati, stereotipi consunti. Una terra che Emilio Franzina ha efficacemente definito come quella della “transizione dolce” tra generazioni, il luogo della stabilità conclamata, la realtà individuale e collettiva fotografata nello slogan dialettale del “mi non vago a combàtar”, si è traumaticamente trasformata in un mosaico composito di culture, etnìe, valori in cui prevale la logica del conflitto.

Tracciando il lungo percorso di tremila anni dai confini con la preistoria ai giorni nostri, dall’Età del Bronzo a quella della Rete, questo libro si pone in ultima analisi un dichiarato proposito: fornire a chi lo leggerà non risposte ma stimoli. Uno, soprattutto: sollecitare i veneti di oggi e di domani a non rimanere vittime di questa rivoluzione esistenziale, ma a sforzarsi di forgiare gli strumenti per far sì che il conflitto non venga vissuto come scontro ma come confronto, facendo della diversità una risorsa e non un limite.

Ci vorranno tempo, pazienza e fatica: l’equivalente del celebre “sangue, sudore e lacrime” di Winston Churchill, in versione terzo millennio; perché la convivenza con l’altro (e perché no?, anche con se stessi) è una dura scuola in cui si apprende lentamente, per prove ed errori.

Ma è anche la sola strada per non smarrire la rotta e scongiurare un devastante naufragio sugli insidiosi scogli del presente: significa, per gli Ulisse protagonisti dell’odissea del presente, voler bene al Veneto e farne la loro Itaca, alla quale ritornare trasformati e cresciuti, senza rimpianti per ciò che è stato ieri ma con passione per ciò che diventerà domani. Per scoprire magari, come nel suggestivo “Racconto dell’isola sconosciuta” di Josè Saramago, che la caravella concessa dal re all’aspirante navigatore non è il mezzo con cui affrontare la sua ricerca, ma che nel nome stesso della nave c’è già la meta. E che quell’isola non è una remota utopia: la sta già abitando.

***

Alcune doverose istruzioni per l’uso. Partendo da un concetto che ho già chiarito in altri lavori, ma che ritengo opportuno ribadire a maggior ragione in e per questo libro. Faccio outing, come si direbbe oggi: non sono uno scrittore, tanto meno uno storico. Sono un giornalista, e come tale sono consapevole di essere esposto all’insidioso rischio a suo tempo segnalato da Gilbert Keith Chesterton: “Il giornalismo consiste principalmente nel dire ‘Lord Jones è morto’ a persone che non hanno mai saputo che Lord Jones fosse vivo”. Tradotto in soldoni: non dare nulla per scontato.

Ciò premesso, considero questo testo come un contributo a un genere giornalistico purtroppo in via di estinzione, l’inchiesta. E quindi l’ho affrontato utilizzando gli strumenti che ho appreso in mezzo secolo di attività, grazie a molte disordinate ma preziose letture, e a pochi ma ottimi veri maestri della professione. Sforzandomi di mettere assieme dati e testimonianze, aspetti noti e curiosità minori; di far parlare gli altri anziché l’io narratore; soprattutto di raccordare la narrazione al contesto per far capire la trama degli eventi e il loro significato: terreno su cui a mio personale avviso l’informazione odierna è colpevolmente carente.

Ho cercato di non ricavarne un trattato di storia, perché ne esistono già molti alcuni dei quali (alcuni…) pure autorevoli; e ancor più perché non ne ho assolutamente la competenza. Ci sono dunque diversi passaggi su cui mi sono limitato ad offrire solamente gli spunti essenziali per fornire la sequenza degli eventi: così ad esempio sulla presenza di Roma nel “Venetorum angulus”, sulle tappe principali della Serenissima, sulle due guerre mondiali del Novecento.

Ho cercato di limitare il più possibile il ricorso alle date, ai nomi, ai dettagli, per concentrarmi sulle dinamiche dei processi in atto attraverso i secoli; sulle connessioni tra i diversi ambiti politico, economico, sociale, culturale; sulle costanti che riaffiorano nello scorrere del tempo e nel mutare degli uomini.

Infine, pur consapevole di quanto scivoloso sia sempre affrontare il tema del presente, ho voluto arrivare fino ai giorni nostri per proporre una descrizione sia pure sommaria dei processi in atto; e a quel punto, superando ogni limite di prudenza, mi sono sia pur rapidamente addentrato in un tentativo di sguardo sul futuro. Mi prendo dunque l’intera responsabilità delle opinioni espresse, assolutamente personali; e faccio ammenda per i sicuramente copiosi peccati in pensieri, parole, opere e omissioni che costellano il testo. Consapevole del fondamentale limite di essere un giornalista che scrive un libro, e soprattutto un libro di storia, non mi resta che invocare per me ciò che espresse Alcide De Gasperi aprendo il suo intervento alla conferenza di pace di Parigi dopo la seconda guerra mondiale: “Prendendo la parola oggi in questa sala, sento che tutto mi è contro tranne la vostra personale cortesia”.

INDICE

P. 7 INTRODUZIONE DI FRANCESCO JORI

15 LA STORIA DEL VENETO

17 I. “PRIMA GLI EUGANEI”

IMPRENDITORI DA EXPORT FIN DALLE ORIGINI

37 II. “CIVIS PRAECIPUA, URBICULA SUAVIS”

PATAVIUM E LE ALTRE: LE CITTÀ VENETE IN EPOCA ROMANA

57 III. “OGNI CURA NELL’APRIRE STRADE”

LA ROMA (DI IERI…) MAESTRA IN INFRASTRUTTURE

77 IV. “AD SOLUM USQUE DESTRUCTA EST”

I SECOLI BUI E DEVASTANTI DELLE GRANDI INVASIONI BARBARICHE

97 V. “ORA, LABORA E FAI AFFARI”

LA RICOSTRUZIONE E L’EMERGERE DI UNA BORGHESIA CITTADINA

115 VI. “SI È ORNATA DEL FIORE DI TUTTE

LE SCIENZE”

L’UNIVERSITÀ MOTORE DEL RISVEGLIO CULTURALE E DELLA LIBERTÀ

DEL CONOSCERE

135 VII. “QUANDO GIUNSERO ALLA GRAN CITTÀ”

MARCO POLO PROTOTIPO DI GENERAZIONI DI IMPRENDITORI RAMPANTI

153 VIII. “EL ZOVENE PROCURATOR NOSTRO…”

LA SVOLTA DELLA SERENISSIMA DAL MARE ALLA TERRAFERMA

173 IX. “LA CITTÀ PIÙ RICCA E LUSSUOSA

DEL MONDO”

IL SECOLO LUNGO DELLA SERENISSIMA, DALLA GUERRA AL BENESSERE

191 X. “UN MASTRO ANCOR GIOVANE E OSCURO”

IL SEGNO DI PALLADIO E LA STRAORDINARIA STAGIONE CULTURALE VENEZIANA

211 SETTE CAPOLUOGHI

PICCOLA PASSEGGIATA NELLA MERAVIGLIA

227 XI. “UN PRETE GRASSO CHE MANGIA

CAPPONI”

LA CHIESA E LA STAGIONE DELLA CONTRORIFORMA NEL VENETO BIANCO

245 XII. “LE GRAN TESTE MANCANDO SE NE VA”

IL LENTO DECLINO DELLA SERENISSIMA E LA SUA MORTE AL BUIO

263 XIII. “E POI SUCCESSE UN QUARANTOTTO”

UN TRAVAGLIATO OTTOCENTO E UN VENETO PASSATO PER TRE STATI

281 XIV. “UNA VITA SECOLARE DI MISERIA”

IL VENETO ITALIANO IN PREDA ALLA FAME E DEVASTATO DALLA PELLAGRA

299 XV. “COGLI OCHI PIANGENTI IN GINOCHIO”

IL DRAMMA DELL’EMIGRAZIONE DI MASSA CHE SVUOTA UNA REGIONE

317 XVI. “O PRETE O FRATE O FORA COE VACHE”

LA CHIESA MATER ET MAGISTRA E LA PROFONDA RELIGIOSITÀ POPOLARE

335 XVII. “CON NOI VINCITORI IL PAESE RISORGE”

I CAPITANI D’INDUSTRIA PRECURSORI DEL FUTURO VENETO DEI MIRACOLI

353 XVIII. “CIÒ CHE ABBIAMO AMATO

SARÀ DISTRUTTO”

DUE GUERRE MONDIALI IN TRENT’ANNI E UN VENETO RIDOTTO IN MACERIE

371 XIX. “LA BIANCA SACRESTIA D’ITALIA”

IL CAMMINO PARALLELO DI UNA POLITICA MONOCOLORE E UN’ECONOMIA

RAMPANTE

391 XX. “IO BEPI, TU ALÌ: NOI E LORO”

LA GEOGRAFIA UMANA DEL NUOVO VENETO TRA IMMIGRATI E ANZIANI

409 CONGEDO AFFIDATO A UNA FIABA

 

Pubblicato su Il Mattino di Padova