LEGGENDA WEMBLEY

La sfida tra Italia e Austria in uno stadio mito del calcio 

Ne ha da raccontare l’antico tempio di Wembley sul conto del nostro calcio. Azzurro ma anche di club. Il primo italiano a calpestarne l’erba consacrata, ce lo ha ricordato Giovanni De Luna in occasione della recente scomparsa, fu Giampiero Boniperti nell’ottobre del 1953. Con grande onore, visto che segnò due gol indossando la divisa del Resto del mondo contro i cosiddetti maestri d’Inghilterra: cosiddetti, perché da lì a un mese arrivò la grande Ungheria a infliggergli un 6-3 che, prima di fare epoca, suggerì a caldo ai giornali londinesi della sera di uscire listati a lutto.

Ma pur senza arrivare a imprese di quella portata, di soddisfazioni a Wembley ce ne siamo prese. Tant’è vero che si fa in fretta a ripassare le delusioni. Una con l’Italia di Bearzot, battuta 2-0 nel 1977 nella partita di ritorno per le qualificazioni al Mondiale d’Argentina ma senza compromettere il primato nel girone. L’altra, più difficile da mandar giù, nel maggio del 1992, che non chiama in causa l’Italia ma il suo attuale commissario tecnico, allora capitano della Sampdoria.

Era quella, per la Samp, un’irripetibile finale di Coppa Campioni, giocata alla pari, semmai qualcosa di più, con il Barcellona: e sigillata nei supplementari da una punizione di Koeman, dopo una partita coraggiosa e un paio di occasioni non trasformate da Vialli. Meglio, molto meglio era andata ventotto anni prima al Milan. Che proprio lì aveva iniziato la sua collezione di Coppe Campioni, rimontando il Benfica del grande Eusebio con due gol di Altafini. Collezione-Milan e insieme collezione-Maldini, visto che fu papà Cesare a levarla al cielo londinese come sarebbe poi toccato a ripetizione al figlio Paolo.

Tornando all’Italia, in casa dell’Inghilterra, troviamo un 2-2 del 1959 con gol di Brighenti e Mariani che erano la coppia d’attacco del Padova di Rocco, uno 0-0 sempre in amichevole del 1989, e due vittorie per 1-0, una più prestigiosa dell’altra. La seconda pesò di più, perché in ballo c’era la qualificazione ai Mondiali francesi del ’98 e all’esonerato Sacchi era subentrato da poco Cesarone Maldini.

Una di quelle vigilie da firmare un pari con la stilografica della festa. Invece gli azzurri vinsero, grazie al più bel lancio profondo della carriera di Costacurta e all’aggancio di Zola, che andò di traverso ai suoi tifosi del Chelsea dove allora militava. Ma la prima, il 14 novembre del 1973, pur essendo platonica resta una pietra miliare della storia azzurra perché mai la nostra Nazionale aveva battuto l’Inghilterra a domicilio.

Per chi la vide in diretta, su quello sfondo classico da fumo di Londra, l’azione del gol non ha bisogno del ripasso di Youtube. Rivera apre a destra per Chinaglia. Il bisonte ingobbisce nello scatto e crossa forte, un po’ troppo sul portiere. Ma il pallone è viscido, Shilton respinge corto e Capello la tocca in porta. Quella sera parò tutto Zoff e giocò una grande partita Rivera. Ma ad ammattire, ben più dei giocatori in campo e di noi sui divani di casa, furono legioni di camerieri italo-londinesi che da sempre aspettavano quel momento.

Riuscì dunque anche all’Italia, vent’anni dopo gli ungheresi, la sconsacrazione del tempio. Oggi Wembley non è più quello, ma a inaugurare nel 2007 il nuovo impianto sono stati tre gol di Pazzini in una sfida Under 21 in cui, dei contemporanei, c’era già Giorgio Chiellini. E in un’amichevole di tre anni fa finita 1-1 Insigne ha già preso le misure di una porta. Non è l’Olimpico. Ma nemmeno terra ostile. —

Pubblicato su Il Mattino di Padova