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«Quest’oro è un miracolo: rischiavo di morire Mi avevano detto che non avrei tirato mai più»

Bebe Vio trionfa a Tokyo: le lacrime con la medaglia più preziosa e il racconto di mesi drammatici 

l’invincibile

Più forte del dramma patito in aprile, emerso con le dichiarazioni-choc del dopogara: «Un’infezione da stafilococco è andata peggio del dovuto. La prima diagnosi era amputazione entro due settimane dell’arto sinistro e morte entro poco. La medaglia è dei medici, non mia». Più forte di un infortunio che quattro mesi fa le aveva imposto l’operazione: «Mi avevano detto che non sarei potuta tornare a tirare». Più forte del dolore nell’ultimo assalto, che ha richiesto la sostituzione della protesi. Più forte dei dubbi legati ai 18 mesi senza competizioni internazionali. Bebe Vio, confermatasi a Tokyo campionessa paralimpica di fioretto categoria B, è un inno alla vita, l’emblema del coraggio, la personificazione della forza di volontà. L’impresa sportiva diventa simbolo di rinascita, il suo percorso esempio di tenacia per tutti: Bebe ha rovesciato il destino per l’ennesima volta, come già a 11 anni quando l’aveva colpita la meningite.

Le lacrime in pedana racchiudono l’incubo degli ultimi mesi, le sofferenze, la paura di non farcela. E quando dice «Non sarei dovuta nemmeno essere qui», vengono i brividi e capisci che Bebe ti ha dato l’ennesima lezione di vita. Nella riedizione della finale di Rio 2016, supera 15-9 la cinese Zhou Jingjing dopo un combattimento rognoso. Ma è il seguito che ruba la scena. Il pianto liberatorio, gli abbracci che mettono alle spalle i tormenti, la gioia del trionfo sotto gli occhi della famiglia (papà Ruggero, mamma Teresa, i due fratelli Nicolò e Maria Sole) e dell’idolo Valentina Vezzali, ora sottosegretaria allo Sport. I sorrisi con Luca Pancalli, presidente del Comitato paralimpico, alla premiazione. Istantanee che la fiorettista della Fiamme Oro custodirà per sempre nel segreto del cuore. Istantanee che riassumono un nuovo, commuovente capitolo di una carriera mirabile.

«Due ori completamente diversi fra Rio e Tokyo», rivela la 24enne di Mogliano, che s’allena a Roma e in Giappone è stata portabandiera nella cerimonia inaugurale, «Cinque anni fa c’era stata l’emozione della prima volta, stavolta non me l’aspettavo. Anzi, non sarei dovuta nemmeno essere qui. Ho patito un infortunio parecchio grave, poi ho rischiato pure di morire. Il 4 aprile mi sono dovuta operare, pareva che questa Paralimpiade non dovesse esserci: abbiamo preparato tutto in due mesi, non so come cavolo abbia fatto. No, non ci credevo di venire in Giappone. Anche perché ho avuto un’infezione da stafilococco, la prima diagnosi era amputazione entro due settimane e morte entro poco. Avete capito, perché ho pianto così tanto? L’ortopedico ha fatto un miracolo, si chiama… Accetta. Bravissimo, come tutto lo staff. Mi avevano detto che non era neppure scontato poter tornare a tirare. Sì, è stata davvero tosta. Sono felicissima, ho fatto qualcosa di eccezionale Il futuro? Fisicamente non sto benissimo». Parole di un’altra Bebe rispetto alla versione esuberante di Rio. Parole figlie di un percorso d’avvicinamento durissimo, fra mille interrogativi e i patimenti per un infortunio che poteva cambiare tutto. «La dedica è alla famiglia che negli ultimi mesi ha sofferto con me», incalza «E un pensiero speciale a Pancalli, che mi è stato molto vicino. Prima dell’inno, ha pure scherzato: “Occhio a non far cadere la medaglia”».

Il lato riflessivo che s’intreccia con quello ironico di una campionessa innamoratasi del fioretto fin da piccola, dai primissimi assalti a Scherma Mogliano, stesso club di Erica Cipressa, bronzo a squadre alle Olimpiadi di Tokyo. E che, dopo l’aggressione della meningite, ha guardato subito avanti, diventando la prima schermitrice al mondo a tirare senza quattro arti. Una campionessa elevatasi ad ambasciatrice planetaria del paralimpismo, modello di resilienza e abnegazione per più generazioni di paratleti e non. Una campionessa che ha regalato una popolarità immensa al movimento sportivo dei diversamente abili, conquistando i social (1,1 milioni di follower su Instagram) e assicurando nuove leve grazie all’associazione Art4Sport. Un’icona che ha scattato i selfie con Obama, s’è trasformata in Barbie, sogna di diventare un giorno presidentessa del Coni unificato (inglobando il Cip).

Un’icona che, ancora una volta, ha preso a schiaffi il destino, meritandosi l’ammirazione di tutti. «Bebe ci ha regalato una grandissima emozione», rimarca l’ex fiorettista pluridecorata Vezzali, ora sottosegretario allo Sport, «Di certo ci accomuna la grande voglia di vincere: siamo già al secondo oro, non è che mi superi?». S’accoda Pancalli: «Una vittoria nel pieno spirito del paralimpismo: dare sempre il massimo con cuore e determinazione, contro tutte le avversità». Il governatore Luca Zaia: «Si consacra leggenda dello sport». Ma l’avventura di Bebe a Tokyo non è finita, oggi s’assegna il titolo a squadre: «Vogliamo migliorare il bronzo di Rio», promette la moglianese. Dopo l'ennesima lezione di vita. —

Mattia Toffoletto

Pubblicato su Il Mattino di Padova