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Giovane macellaio muore nell’incendio della sua casa, il dolore della mamma e della fidanzata: «Non dovevi morire così»

La compagna è stata la prima a soccorrere Alessandro Paronitti, alle 8 di mattina. Era impegnato alla “Bottega della carne”, amava il ciclismo

CURTAROLO. La fidanzata non riesce a lasciare andare la bara che custodisce il corpo senza vita del compagno. Gli grida: «Ti amo tanto. Io ci ho provato». La madre urla ripetutamente il nome del figlio: «Alessandro, Alessandro, non dovevi morire così. Non si può morire per scaldarsi col phon». È una scena straziante quella delle due donne più legate ad Alessandro Paronitti, che si vedono costrette a staccarsi da lui, a lasciarlo andare in una bara gelida, anonima. Perché il loro amore non c’è più, perché il monossido di carbonio lo ha stordito, gli ha tolto le forze per salvarsi. La disperazione degli ultimi attimi rende ancora tutto più difficile. Ma non ce la fanno, i corpi non riescono ad accettare una fine così terribile, il cervello non può elaborare il dolore che stravolge e sconvolge.

L’ARRIVO DELLA FIDANZATA

La ragazza di Alessandro lo aveva cercato ieri mattina. Era probabilmente il buongiorno, l’augurio di iniziare bene la giornata? Ma il suo compagno non risponde. Tace. Chiamate, messaggi. Nulla, il silenzio. Il telefono suona a vuoto. La giovane si preoccupa, va in ansia. E decide di andare da lui per cercarlo, per capire cosa sia successo. I pensieri lungo la Valsugana, mentre corre in auto, si intrecciano. Impiega una manciata di minuti per arrivare a Pieve, visto che lei vive a Limena, il Comune dove lui lavora. Si fa qualche domanda, ma non può pensare alla tragedia più grande. Arriva. Apre la porta e viene travolta dal fumo.

L’APPARTAMENTO NEL FUMO

Non riesce ad avanzare, vede solo nero, e allora lancia l’allarme. E intanto lo chiama, lo cerca. Lui non risponde. Non può più farlo. I soccorsi si precipitano, arrivano l’ambulanza, atterra l’elisoccorso. La ragazza chiama la madre di Alessandro, che accorre. Poi i minuti terribili in cui ogni speranza viene spenta. Alle due donne non resta che assistere – impotenti e attonite – ai tentativi di rianimazione in giardino. Al freddo, sotto qualche goccia di pioggia. Restano solo lacrime e grida. La fidanzata che quasi si scusa: «Ti amo tanto. Io ci ho provato». Perché era lei, lì, a tendere l’ultima mano, quando ormai era troppo tardi e non poteva fare più nulla. E la mamma, che si dispera e grida contro l’ingiustizia: «Un genitore non deve mai sopravvivere al figlio». Il nome suona forte, sempre più forte, sperando di rompere la barriera fra vita e morte: «Alessandro, Alessandro». L’angoscia che toglie il fiato si intreccia all’assurdità dell’incidente.

IL RITRATTO DI ALESSANDRO

Silvia Cosenza, che abita proprio accanto all’abitazione dove si è consumato il dramma, traccia un ritratto del giovane: «Era un bravo ragazzo, educato, direi che era qui da tre o quattro anni, l’ho salutato tante volte, ci siamo parlati. Ieri mattina alle 9 ho sentito le sirene, ho visto la compagna di Alessandro arrivare: ha cercato di entrare dal retro, ma c’era troppo fumo, ha visto tutto nero. Io mi sono sentita malissimo vedendo tutto quel fumo, non riuscivo a crederci». I vicini di casa hanno assistito – col fiato sospeso – ai tentativi di rianimazione del 37enne: «Ci hanno detto che era in arresto cardiaco, purtroppo non è stato possibile salvargli la vita». Il giovane lavorava come macellaio a Limena, dopo aver gestito per quattro anni un negozio a San Giorgio in Bosco. Alla Bottega della carne di Limena, dove attualmente era impegnato, godeva di ottima stima, sia da parte dei titolari che dei numerosi clienti che aveva imparato a conoscerlo. Il giovane aveva inoltre la passione per la bicicletta, adorava pedalare e farsi dei giri importanti quando ero libero dagli impegni di lavoro: «Lo vedevamo partire in sella alla sua bici da corsa con tutto l’abbigliamento del caso». Un’abitudine che da ieri rimarrà purtroppo solo un triste ricordo.

Pubblicato su Il Mattino di Padova