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Morte di Ahmed: «Mio fratello non poteva mandare quei messaggi serali»

Quindicenne trovato morto a Padova, la sorella Hiba: «Il cellulare non funzionava senza wifi, lui era ospite di qualcuno. Aveva progetti per il futuro, voleva comprare una casa: non si sarebbe mai ucciso»

PADOVA. «Non credo che mio figlio si sia suicidato». E alla trasmissione Chi l’ha visto: «Aiutatemi a scoprire la verità, qualcuno degli amici sa qualcosa». Le poche parole che mercoledì sera la madre di Ahmed, Latia, è riuscita a pronunciare hanno rotto il silenzio di un lutto che dura da due giorni. Da quando il corpo del quindicenne è stato ripescato dal fondo del Brenta, la mattina del 26 aprile, la famiglia non si dà pace, sostenendo che il ragazzo non avesse motivo di cercare volontariamente la morte.

Per tutta la giornata la famiglia ha ricevuto nella casa di Mortise le visite di amici e parenti. Il volto di Latia, sotto al niqab, mercoledì sera era sconvolto, straziata dal dolore per la perdita di un figlio, provata da una giornata faticosa, iniziata in Questura.

Anche le parole della sorella di Ahmed, Hiba, si sono aggiunte al coro di scetticismo. Anche perchè c’è un dato: il cellulare del ragazzo funzionava solo col wifi. Quindi da dove ha mandato i messaggi dopo essere uscito di casa? Qualcuno lo ha ospitato? Hiba ha lanciato un appello: «Per favore, chiunque sappia qualcosa, si faccia avanti. So che avete paura delle conseguenze, ma avete il dovere di parlare per salvare altri ragazzini e tenerli al sicuro».

La sorella ha poi condiviso le aspirazioni di Ahmed: «Voleva trovare un bel futuro. Sognava di poter comprare una casa grande. Immaginava già di volersi iscrivere all’università. Voleva un buon lavoro e famiglia. Come può un ragazzo che sogna tutto questo, che fa progetti, arrivare a suicidarsi?».

Il ragazzo di origini marocchine aveva accantonato da un paio d’anni anche la passione per il calcio per avere più tempo per gli studi, fanno sapere gli amici. «A tutti i genitori, ricordatevi di controllare i vostri figli», ha infine aggiunto Hiba. Che ha spiegato come il telefono di Ahmed non avesse un piano dati internet per poter inviare quei messaggi di addio mandati alla ex-fidanzata e agli amici. «Era impossibile che potesse utilizzare Whatsapp fuori casa, doveva essere stato ospitato da qualcuno con il Wi-Fi». Un sospetto, quello che possa essere stato aiutato da qualcuno, che non dà pace alla famiglia di Ahmed.

Attorno alla famiglia si sono radunate le amiche del quartiere. Sono arrivate durante tutta la giornata, in quel piccolo appartamento di via Rizzo 71, per condividere il dolore per la perdita di Ahmed. Una perdita che ha colpito duramente la comunità musulmana di Mortise, sollevando domande sulla sicurezza del rione. Anche secondo molte delle amiche di Latia, quasi tutte madri di famiglia, è impensabile che Ahmed fosse capace di togliersi la vita.

«Era un ragazzo come tanti, senza pensieri, felice». Lo confermano tutte: «Poteva essere mio figlio», aggiungono altre, «Non ci sentiamo più al sicuro».

La morte di Ahmed ha riportando i riflettori sulla precedente morte, quella del 18enne Henry Amadasun, anch’essa avvenuta, «in circostanze sospette e inspiegabili». «Siamo certi che non si è suicidato», ha detto la madre di Henry e l’avvocato della famiglia ha spiegato che al vaglio ci sono diverse ipotesi ricostruttive che verranno a breve sottoposte alla Procura per la riapertura del caso. Henry era morto lo scorso settembre .

Pubblicato su Il Mattino di Padova