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Omicidio Major. Zen si difende: «Non sono un giustiziere». E sullo sparo c’è un giallo

La guardia giurata condannata a 9 anni e mezzo per avere ucciso Manuel Major, il bandito in fuga dopo un assalto al bancomat. «Ho fatto la cosa giusta, ma la sua morte pesa»

CITTADELLA. «Non sono uno sceriffo che va in giro ad ammazzare i criminali». Massimo Zen non ha lo sguardo di chi rischia di trascorrere nove anni e mezzo in carcere. A tratti è rassegnato, a tratti battagliero. Mai impaurito.

Nonostante la guardia giurata di Cittadella sia stata condannata in primo e in secondo grado per omicidio volontario – per aver sparato a Manuel Major in fuga dopo quattro colpi nei bancomat il 22 aprile 2017 a Vedelago – non si sente un assassino. «Mi sono difeso facendo quello che ritenevo giusto».

Ma la magistratura ritiene che lei abbia teso un agguato mettendo l’auto di traverso sulla strada, si sia messo in posizione e abbia sparato tre colpi, uno dei quali ha ucciso Major…

«La mia auto era nella corsia opposta al senso di marcia, mentre io ero a centro strada. Avevano lo spazio per passare. Mi hanno puntato e quando hanno sparato mi sono nascosto dietro al cofano da dove ho fatto partire i tre colpi».

La Procura sostiene però che i ladri in fuga non abbiano sparato…

«Ignora il fatto che nell’abitacolo dell’auto di Major è stata trovata polvere da sparo di una pistola. E ritiene che io non sia attendibile, mentre il testimone che dà una ricostruzione errata lo sia».

Sapeva che i carabinieri li stavano inseguendo, non poteva solo mettere l’auto sulla carreggiata e spostarsi senza sparare?

«Col senno di poi è facile dirlo. Bisogna trovarsi nella situazione. Se scappando avessero investito qualcuno?».

Si comporterebbe nello stesso modo sapendo com’è andato il processo?

«Una parte di me si sarebbe comportata diversamente, l’altra ritiene di avere fatto quello che doveva dal punto di vista civico e morale».

Si metta nei panni dei giudici, si assolverebbe?

«Si, mi sono difeso».

Ritiene di essere vittima di un’ingiustizia?

«Sì, forse sono un capro espiatorio. In Italia nessuna divisa è tutelata».

Però la sua non è propriamente una divisa....

«Facciamo un giuramento e ci viene dato il porto d’armi. Anche nel processo è emerso l’accordo, tacito o meno, che abbiamo con i carabinieri. Spesso ci chiamano quando c’è bisogno, anche solo per farci vedere in un determinato luogo. Anche se non dobbiamo intervenire e nessuno è autorizzato a sparare. Quella sera stavo parlando con i carabinieri di Istrana, avevano la portiera aperta e ho sentito che stavano cercando quella macchina. Per quello l’ho riconosciuta quando mi è venuta incontro».

Sente il peso di aver ucciso una persona?

«Chiunque ha una coscienza sta male per una situazione così. A volte pesa il fatto che ho tolto una vita».

Oggi di cosa vive?

«Sono stato sospeso dall’azienda, da cui mi aspettavo un aiuto, viste le promesse che mi erano state fatte. Quindi di fatto sono mantenuto dalla mia compagna, che c’era prima dell’accaduto e c’è ancora».

Se la Cassazione confermerà la condanna, il giorno dopo entrerà in carcere. Riesce a vedere un futuro?

«In questa situazione si può vivere solo alla giornata».

***

Verso il ricorso in Cassazione

La polvere da sparo nell’auto. L’avvocato Panico: «Una prova ignorata»

CITTADELLA. Major ha sparato o no? Molto, se non tutto, ruota attorno a questo dettaglio. Per la Procura, che lo ha già ribadito in due gradi di giudizio, non c’è alcuna prova. Ma Daniele Panico, avvocato difensore di Massimo Zen, la pensa diversamente. Ed è questo uno degli aspetti su cui si concentrerà il ricorso alla Cassazione.

«I Ris hanno rilevato sul tettuccio, sul volante e sull’auto guidata da Major la presenza di polvere da sparo di un’arma corta. Quindi non può essere quella, com’è stato sostenuto dai complici, di fucili da caccia. Nella sentenza però la questione viene liquidata, senza spiegazione», sostiene il legale.

Quella polvere per loro spiegherebbe che Major ha sparato, e dunque che quello di Zen, la massimo, sia stato un eccesso di legittima difesa e non un omicidio volontario. Non dare una risposta, spera la difesa, potrebbe tradursi in una carenza di motivazioni in Cassazione.

Panico, poi, intravede contraddizioni anche nell’unica testimone che dice di avere sentito solo tre colpi, - quelli sparati da Zen - e non quattro.

«Il testimone ha riferito di aver sentito il rumore dell’auto che usce di strada e poi gli spari. Mentre la perizia ha dimostrato che prima sono stati sparati i colpi e pio l’auto è uscita di strada. Perché la sua testimonianza è ritenuta attendibile?», aggiunge Panico.

Ultimo aspetto della ricostruzione della Procura, secondo l’avvocato, riguarda i tempi di arrivo, «gli occupanti dell’auto, hanno riferito di aver visto l’auto di Zen arrivare mentre loro stavano percorrendo il rettilineo. Sono arrivati insieme, lo dicono loro. Quindi non può essere un agguato premeditato», precisa.

L’ultima possibilità per vedere ridotta la pena risiede nella Cassazione, «chiedere la grazia? è un’eventualità, ma prima confidiamo nel terzo grado della giustizia». —

Pubblicato su Il Mattino di Padova