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Addio Del Vecchio, dall’album dei ricordi di Luxottica: le serate con Baglioni e le giocate al bar

I racconti degli esordi con i primi dipendenti che il cavaliere guidava. In un periodo di difficoltà disse: «O chiudo tutto oppure divento ricco»

AGORDO. «Un giorno in un periodo di difficoltà mi disse: “Tito, adesso o chiudo tutto o divento ricco”. Evidentemente è andata nel secondo modo».

Fa specie vedere le centinaia di auto parcheggiate a Valcozzena e pensare alla confidenza che, presumibilmente alla fine degli anni ’60, Leonardo Del Vecchio fece a Tito Dorigo, uno degli storici primi dipendenti della Luxottica; o immaginare la tazza di caffè che, ricorda Piero Conedera, un altro di coloro che hanno reso possibile il via di una delle più incredibili avventure dell’imprenditoria italiana e non solo, il non ancora cavaliere del lavoro scagliò contro il muro una sera che i macchinari non andavano.

Il miracolo Luxottica non era scontato. Si è compiuto per la capacità visionaria di un uomo venuto con la Lambretta da Milano e per la disponibilità indefessa al lavoro di un gruppo di agordini che oggi ricordano il loro capo con riconoscenza e che la notte, come rivela, Tito, a volte se lo sognano ancora. «Quando qualche anno fa gli diedero al Politecnico di Milano la laurea honoris causa – ricorda Gino Fossen, 50 anni in Luxottica, da apprendista a dirigente-consulente – volle che andassimo anche noi di Agordo. Al rinfresco eravamo su un tavolo tutti assieme. A un certo punto si alza in piedi e ci indica dicendo di volerci ringraziare. Poi chiede a ciascuno quanti anni aveva fatto in Luxottica: chi 35, chi 38. Quando arriva a Tito Dorigo, questi gli risponde: “Quaranta, ma se dovessi contare anche tutti gli straordinari, sarebbero 45”».

Per Del Vecchio non c’erano orari. Non c’erano per lui e non c’erano per i suoi dipendenti. Prendere o lasciare. «Sono tornato dalla naja il venerdì santo del ’68 – è ancora Gino Fossen a parlare – il lunedì, festa di San Vincenzo, prendo la moto e vado a farmi un giro. Mi fermo da Sorarù a bere un caffè. Arriva Del Vecchio e mi chiede se ho finito di fare il militare. “Sì” , gli rispondo. “Bene, domani inizi alle due del pomeriggio. Ti sei riposato abbastanza”».

Tito Dorigo e il fratello Dino, il primo operaio ad iniziare nell’ottobre 1961 col compianto Ettore Schena, abitavano dove oggi c’è l’ufficio postale. «Al mattino – ricorda Dino – guardavamo via e vedevamo luce. Noi iniziavamo alle sette, ma lui era già al lavoro da un paio d’ore. Facevamo dieci ore fino al sabato e domenica mezza giornata. A volte si faceva notte: una volta mio padre, alle tre di mattina, ha oltrepassato il Cordevole sulle passerelle ed è venuto a vedere».

Era esigente Del Vecchio: aveva ricevuto soldi in prestito e doveva rispondere alle consegne. Una strada, spremendo le maestranze, la trovava sempre. «Ci chiedeva tanto – dice Gino – ma è sempre stato altrettanto riconoscente. Anche quando era in difficoltà, lui ci ha sempre pagato nei tempi. Ci dava un acconto il 20 del mese e il saldo l’8 o il 9 del mese successivo». Dal racconto dei primi operai, poi rimasti in azienda fino alla pensione e anche oltre, emerge il ritratto di un imprenditore giusto e severo (non contavano gli improperi ricevuti) con i suoi dipendenti, spietato con la concorrenza. «“Devono morire tutti”, mi disse facendo riferimento alle altre fabbriche di occhiali», racconta Dino Dorigo. «Il suo obiettivo – gli fa eco Gino – era quello di superare la Safilo. Diceva sempre che dovevamo fare meglio di quello che facevano gli altri».

Ce l’ha fatta anche per merito del reparto galvanica messo in piedi da Dario Santel ed Ernesto Fossen. «Nel 1973 aveva bisogno di un chimico e andai lì – dice Fossen a cui Del Vecchio avrebbe poi dato lavoro da terzista alla Elfi di Rivamonte – per il carattere che aveva, voleva sempre avere ragione, ma io mi divertivo anche perché, a differenza di altri, gli dicevo quello che pensavo io e non quello che lui voleva sentirsi dire». A confermare il caratteraccio di Del Vecchio è Italo Schena, con Beppino Lise, morto l’autunno scorso, uno dei due buoni amici agordini dell’imprenditore. «Glielo dicevo spesso – ricorda – “Io non starei sotto di te neanche mezz’ora”».

Schena riporta alla mente gli anni in cui Del Vecchio riusciva a godersi anche un po’ di vita mondana ad Agordo. «Era un’amicizia nata come altre – racconta – si andava ai «Due Angeli» anche a giocare a carte. E abbiamo fatto qualche festa. Bellissima quella sera che andammo alla Stua, ad Alleghe, anche con Claudio Baglioni a cui regalammo una medaglia d’oro dopo l’uscita di “Ad Agordo è così”. Baglioni prese la chitarra e cantammo tutta la sera». Per Schena Del Vecchio era un amico di famiglia con cui la frequentazione è stata assidua fino alla separazione dalla prima moglie Luciana Nervo. «Poi – dice – le altre mogli tendevano a tenerlo più lontano da Agordo. Ci telefonavamo sempre a Natale e per i compleanni». «Era una brava persona – conclude – non l’ho mai sentito parlare male di nessuno. Se poteva dare una mano anche sul lavoro, la dava. Il futuro dell’azienda ad Agordo? Una volta gli dissi: “Amico, prima o poi dobbiamo morire”. Lui mi assicurò: “Guarda che io ho fatto le cose per bene”. Non gli chiesi altro, ma gli credo». Gianni Santomaso

Pubblicato su Il Mattino di Padova