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La tragedia di Revine, ecco cosa sappiamo sulla morte della piccola Mariia

Una giornata al lago chiusa in tragedia, in mezzo quaranta minuti tutti da chiarire. Si cerca la verità, per ora tante domande. Mettiamo in fila i fatti certi, poi vediamo le domande ancora senza risposta

REVINE LAGO. Una giornata a Lago - così si chiama, senza troppa fantasia, la località che ospita lo specchio d’acqua di Santa Maria su cui si riflettono boschi e colline di Revine. 

Una giornata di passeggiate e giochi sperando nella brezza che solitamente soffia dall’acqua alla riva nelle ore più calde.

Ma purtroppo qualcosa non è andato come dove andare mercoledì 27 luglio per la scanzonata comitiva del Grest del Campus San Giuseppe di Ceneda di Vittorio Veneto. La piccola Mariia Markovestka, 7 anni appena, partita il mattino con tutti gli altri bimbi, non ha più fatto ritorno a casa e mai più lo farà.

La parola destino

Cosa è successo alla bimba? Chi ne risponderà? Si poteva evitare?

Tante domande, tutte aperte a cui tenteranno di dare una risposta gli inquirenti.

Le certezze sono poche.

Alle 10.30 di mercoledì 27 luglio i sessanta – così dichiara suor Maddalena, responsabile della Sacra San Giuseppe di Ceneda – i bimbi del Grest arrivano in corriera al Lago di Revine. Sono accompagnati da sei animatori volontari maggiorenni, uno ogni dieci bambini, a cui si aggiungono altri ragazzi minorenni. Una passeggiata sulle rive e poi il pranzo.

Alle 15, poco dopo, scatta l’allarme: Mariia non si trova e gli animatori la cercano disperatamente.

Alle 15.40 una coppia di turisti stranieri s’imbatte sul corpo della povera piccola riverso nel lago. Un vigile del fuoco fuori servizio accorre. E’ Giacomo Chiaramonte. Si tuffa, recupera il corpicino e si attiva con le prime manovre di soccorso. Arriva anche un’infermiera e poi il gestore del bar. Nel frattempo è partita la chiamata al 118. Un quarto d’ora e medico e infermieri del Suem sono sul posto in ambulanza. Tentano disperatamente la rianimazione: praticano per quasi un’ora massaggio cardiaco, respirazione artificiale, ma niente i polmoni della piccola sono pii di acqua e il suo cuoricino non riparte.

Attorno alle 17 viene dichiarata la morte di Mariia, piccola ucraina sfuggita alla guerra ma non a un terribile destino.

Qui finisce la sua storia o forse solo s’interrompe per continuare negli uffici delle indagini e poi nelle aule della giustizia alla ricerca di un responsabile di una morte tanto assurda.

I carabinieri ascoltano i testimoni: per primi gli animatori del Grest, la suora responsabile del Campus San Giuseppe accorsa subito da Ceneda di Vittorio Veneto. C’è un vuoto di quaranta minuti da riempire, quaranta minuti: un’eternità. 

Chi doveva vegliare su Mariia? L'ha fatto correttamente?

La Procura apre un fascicolo per far luce su quanto accaduto. Il caso è affidato al sostituto procuratore Valeria Peruzzo, che indaga per omicidio colposo e omessa vigilanza. Dispone l’autopsia sul corpicino di Mariia che si eseguirà martedì 2 agosto. Non si fanno ancora nomi.  

A chi attribuire una responsabilità così pesante come la morte di una bimba?

E’ morta per annegamento o è finita nel lago per un malore causato dal caldo eccessivo di quel terribile mercoledì?

Dove è stato ritrovato il suo corpicino il lago è profondo un metro, salvo poi scendere veloce poco più in là.

La famiglia, i nonni vogliono la verità. La mamma Antonia non ha avuto neppure la forza di andare a vedere il suo angelo in obitorio. E’ toccato proprio ai nonni.

La nonna accusa: «Mariia non era sorvegliata, le suore dicano il vero»

Papà è in Ucraina per la guerra. Ma la sua Mariia, fuggita dalle bombe, non si è salvata.

Pubblicato su Il Mattino di Padova