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«Gli ho sparato per salvare il mio collega in pericolo»

Padova, così il maresciallo indagato per l’omicidio del giovane Mauro Guerra Il rifiuto del Tso e l’aggressione al carabiniere: «Era una maschera di sangue»

«Chiunque si fosse trovato nella mia situazione avrebbe sparato, c’era la vita di un collega da difendere e bisognava intervenire in fretta. Era una maschera di sangue e veniva colpito a ripetizione alla testa con le manette». Il maresciallo Marco Pegoraro, comandante della stazione dei carabinieri di Sant’Urbano, nella campagna della Bassa Padovana, si è difeso con queste parole con il suo avvocato difensore, il legale Stefano Fratucello che prosegue nell’analisi di quanto successo.

La difesa del sottufficiale. «Mauro Guerra stava portando a termine degli atti diretti ad uccidere il collega, che alternativa aveva il maresciallo?» si chiede l’avvocato con studio a Montagnana. «È un dramma per la famiglia che ha perso un figlio, è un dramma per una persona che sta vivendo un momento di grande dolore nell’adempimento del suo dovere. Ha usato la pistola per difendere un collega, per salvargli la vita. Il maresciallo Pegoraro ha alle spalle una carriera esemplare, non ha mai sparato se non all’interno di un poligono di tiro. Ci si può mettere nei suoi panni, doveva aspettare che Sarto venisse ucciso per reagire? Poteva far finta di nulla, ma sarebbe stato un vigliacco». Pegoraro ha raccontato che ha mirato al braccio di Guerra, che però, mentre colpiva a ripetizione al capo il brigadiere Stefano Sarto, si muoveva come un’anguilla. Aspettare l’arrivo degli altri carabinieri per bloccare la furia dell’uomo sarebbe stato troppo tardi, non ce l’avevano fatta a correre alla velocità di Sarto e Guerra. Inoltre nemmeno il proiettile in corpo il fuggitivo si era fermato. La sua furia si è fermata all’incirca una decina di secondi dopo.

L’autopsia: un solo proiettile. Nel primo pomeriggio è stata effettuata l’autopsia all’ospedale “Madonna della Misericordia” di Rovigo. Il medico legale, alla presenza dei due consulenti di parte, ha accertato che Guerra è stato colpito da un solo proiettile entrato da un fianco e uscito dall’altro. La traiettoria del proiettile, trasversale, ha leso degli organi vitali, tra questi il fegato e ha provocato parecchi versamenti. Guerra, come peraltro si era detto, non è morto subito. Il particolare del singolo proiettile, che ha colpito l’uomo, cancella le ipotesi, che avevano fatto dei testimoni, che a sparare potessero essere stati in due. Non sono stati trovati altri segni di violenza nel corpo. Ora bisognerà ricostruire la traiettoria del proiettile, da quando la pallottola è uscita dalla pistola d’ordinanza del maresciallo a quando è entrata nel corpo della vittima. Ma questo sarà oggetto di una perizia. Ci vorrà del tempo anche per conoscere l’esito della perizia sulle armi, che però a questo punto è meno rilevante di prima. È stato già accertato che prima di colpire mortalmente Guerra, Pegoraro aveva sparato due colpi in aria, come avvertimento. Che però non è servito a nulla.

La ricostruzione degli eventi. Mercoledì scorso tutto era cominciato la mattina quando Guerra era andato alla stazione dei carabinieri del suo paese e aveva consegnato “L’Editto di Satana”, due fogli dal contenuto delirante (si parlava di Dio e del diavolo, di Ezechiele e del destino del mondo), che avevano messo in allarme i carabinieri che già conoscevano alla perfezione le intemperanze del giovane. A mezzogiorno si è deciso per un trattamento sanitario obbligatorio, ma si è subito capito che sarebbe stato molto problematico caricarlo in ambulanza. La trattativa inizia, ma è complessa, bisogna mediare. In caserma ad Este, per gli adempimenti, c’è il maresciallo Filippo Billeci, che ora guida la stazione di Battaglia Terme, ma che fino a poche settimane fa guidava la stazione di Carmignano. Conosce bene Guerra, da anni. La situazione è tesa e il capitano della Compagnia estense chiede a Billeci di seguire i colleghi a casa di Guerra per contribuire a risolvere una situazione complicata. Il ragazzo acconsente a salire in ambulanza, ma prima vuole andare in bagno. Il caso pare risolto. Ma c’è il colpo di scena. Esce dalla finestra del bagno e corre per la campagna, scappando a gambe levate da quell’ambulanza dove non vuole salire. Bisogna rincorrerlo e solo Sarto riesce a stargli al passo. Lo prende dopo centinaia di metri. Guerra pare rassegnato, porge le braccia al brigadiere Sarto.

Una scena drammatica. Quando il militare dell’Arma gli chiude una manetta, c’è la reazione improvvisa. Inaspetatta. Guerra lo colpisce a martello in testa con il ferro della manetta. La testa del brigadiere si inzuppa di sangue. La scena che si presenta agli occhi del comandante è drammatica. Urla a Guerra di fermarsi, ma lo fa invano. Estrae dalla fondina la Beretta calibro 9 d’ordinanza e spara due colpi di avvertimento. Che forse il trentenne nemmeno sente. Poi decide di fermarlo colpendolo ad un braccio. Ma sbaglia e lo ammazza. Senza volerlo.

Pubblicato su Il Mattino di Padova