• Home
  •  > Notizie
  •  > Sul Montello il mistero di Americo

Sul Montello il mistero di Americo

Mazzocato tra la collina proibita e la coscienza in cerca di rimozione

A vent’anni dal “Delitto della Contessa Onigo” lo scrittore trevigiano Gian Domenico Mazzocato torna a raccontare un omicidio nel profondo Veneto del primo Novecento, sul Montello. “Delitto sulla collina proibita” (Edizioni Dbs, pp 189, 15 euro) racconta un fatto di sangue avvenuto nel 1909 nella collina a nord di Treviso: il piccolo Americo Gaigher viene trovato morto impiccato ai margini del bosco dove era andato a rubare un po’ di legna. C’è un possibile colpevole del delitto, il padrone del fondo. Ci sono i testimoni e c’è il movente. Ma è una verità difficile. Delitto davvero o suicidio? O morte accidentale?

La storia si dipana nell’avvincente caso giudiziario, nell’indagine serrata su un fatto di cronaca realmente accaduto. Mazzocato attinge dagli atti processuali e dalle cronache del tempo, rievoca i fatti e le conseguenze che hanno avuto nella piccola comunità attraversata dall’orrore del delitto nel diario di don Fervido. È un viaggio nelle coscienze, il dramma di un borgo e di tante famiglie, che si mescola con il passato torbido e avventuroso del prete, il riaffiorare di miti antichi attorno alla figura di Maria Ultima, la misteriosa donna, un po’ “stria” e un po’ “marantega”, che aiuta gli uomini in agonia a morire.

Mazzocato anche in questo libro racconta il Veneto dei miti popolari, della miseria, dell’emarginazione, dello sfruttamento. Si addentra nelle coscienze delle persone che compongono la piccola comunità: subito dopo la scoperta del corpo, tutti ne parlano, i testimoni raccontano. Poi, durante il processo, iniziano i “non so” e i “non ricordo”, la memoria individuale e collettiva si fa labile, emerge la volontà solo in parte inconscia di superare il trauma, di dimenticare, di ritrovare la normalità.

Anche il linguaggio parla veneto: nelle deposizioni in dialetto al processo, ma anche in termini ed espressioni che riportano il lettore in questa terra, come “il furegare nervoso e ritmato di un moscardino in cerca di noci tra le foglie”, o “la Maria Ultima che tirava gli ossi e prediceva il futuro buttando le bronze in un catino d’acqua”. Poi c’è la collina, un luogo fisico ma anche dello spirito, una collina che “non era né carne né pesce. Non era montagna e nemmeno ancora pianura. Ma era viva, aveva un’anima”. Emerge il tema, più che mai attuale, della sproporzione fra l’enormità del delitto e l’esiguità della pena, l’assenza della “pistola fumante” che, inevitabilmente, porta a una sentenza che, come accade spesso anche oggi, non riesce a fare piena giustizia. (e.l.)

Pubblicato su Il Mattino di Padova