• Home
  •  > Notizie
  •  > Da Scorsese ai fratelli Cohen i 10 film da ricordare nel 2014

Da Scorsese ai fratelli Cohen i 10 film da ricordare nel 2014

Le pellicole che hanno segnato l’anno agli sgoccioli parlano straniero Nella top ten: The Wolf of Wall Street, Viviane, Boyhood, Snowpiercier

di Marco Contino

Il 2014 è agli sgoccioli. Anche al cinema. Quali sono stati i migliori film dell’anno che sta per finire? Ecco la lista delle 10 pellicole (in ordine di uscita) che hanno illuminato la stagione. . American hustle di David O. Russel: il regista de “Il lato positivo” si conferma un “Picasso dall’atteggiamento passivo-aggressivo”, uno smalto che profuma di fiori e di spazzatura, capace di destrutturare i canoni dei generi cinematografici che attraversa, usando ironia e ferocia, e forgiando, infine, dalla commedia e dall’heist movie, una storia d’amore complicata e semplicissima, vitale e pericolosa, passionale e rancorosa. The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese: eccessivo, iperbolico e orgiastico. La parabola di Jordan Belfort è come uno dei tanti trip del protagonista: eccitanti formicolii, seguiti da sfoghi senza freni inibitori, straniamento catatonico, paralisi motoria e, infine, lento, ritorno alla normalità. Per Scorsese un altro film sull’attrazione per il peccato e sulla celebrazione del maschio senza limiti, dai sogni e desideri sconfinati, sempre sul filo del rasoio. A proposito di Davis di Joel e Ethan Coen: pezzo autentico del cinema cinico, ironico, esistenzialista, nonsense e nichilista dei fratelli Coen, popolato di personaggi stravaganti ed eccentrici, in cui la (vio)lenza diventa (do)lenza (intesa come afflizione dell’anima). Llewyn Davis è un Ulisse al contrario, che si incarta e implode, incapace di entrare in contatto con le persone, sempre in fuga da qualcosa ma sempre inevitabilmente in ritardo. Snowpiercier di Bong Joon-ho: molto più di un film di fantascienza. Un viaggio sul doppio binario della spettacolarità e della riflessione filosofica e politica, cavalcando suggestioni economiche, sociali, religiose. Una “via crucis” pagana e sporca - non ci sono stazioni ma vagoni di un treno - che cannibalizza la dignità e meccanicizza le carni. La testa e la coda. La mente e la pancia. Quando la prima vuole sostituirsi alla seconda il corto circuito è inevitabile. Her di Spike Jonze: opera struggente e sublime, per come riesce a raccontare l’amore, il perdono, l’elaborazione del dolore e del passato attraverso la storia di uno scrittore che si innamora di un sistema operativo di ultima generazione. Il rapporto con la macchina non come spunto di riflessione ma come espediente narrativo per parlare di relazioni umane: “Her” è un film diverso, toccante, gentile che inizia e finisce nello sguardo di Joquin Phoenix e nella voce senza corpo di Scarlett Johansson. Alabama monroe di Felix Van Groeningen: parlare di malattia, soprattutto quando ne sono colpiti i bambini, non è mai facile. Il regista belga sceglie il melò e la musica per raccontare il dolore senza spiegazioni che frantuma il cerchio d’amore tra i protagonisti. Un film generoso e sincero, fatto di corpi e di musica, di terra e di stelle, che corre avanti e indietro nel tempo, alternando e smontando frammenti di vita (e di morte) presente e passata. Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmush: i vampiri come non li avete mai visti. Colti, raffinati, malinconici, ultimo incorruttibile baluardo di una civiltà che il genere umano ha distrutto. Raccontando la storia di Adam ed Eve, Jarmush ci parla di cose semplici, eterne come la sopravvivenza e l’amore. Ipnotico, esteticamente incantevole, pregno di significati politici, sociali, culturali. Un film romantico, in un tempo che non esiste (più).

Boyhood di Richard Linklater: l’esperimento cinematografico più incredibile della recente storia del cinema. Un film che, per raccontare la vita, si fa vita. Un’opera lunga 12 anni, costruita intorno ai corpi dei protagonisti che crescono e cambiano - senza trucchi, come nella realtà - richiamati sul set anno dopo anno. “Boyhood” culmina in un film che annulla la distanza tra realtà e finzione, in un corto circuito temporale che è grandioso, folle e potente allo stesso tempo. Viviane di Shlomi e Ronit Elkabetz: un viaggio politico, sociale e religioso dentro l’ortodossia ebraica, le sue formule rituali, la sua concezione della donna. Un dramma intimo e privato, il tentativo di una sposa infelice di conquistare la libertà, in una società che, pur dotata di parole e ragionamenti spesso affilati e sottili, non riesce a esprimersi, intrappolata com’è nella maglie di una ortodossia che parla a se stessa ma non agli altri. True detective (Usa) di Cary Joji Fukunaga: non è un film ma una serie televisiva. In realtà è molto di più. E deve essere annoverato tra le cose più belle viste sullo schermo (piccolo o grande che sia) del 2014. Il bayou della Louisiana, virtuosismi di montaggio (compreso un piano sequenza da urlo) e la polarizzazione di due modi di vivere e di pensare diametralmente opposti nella coppia di detective tradizional-nichilista rappresentata da Harrelson e McCounaghey: anche meglio di un film.

Pubblicato su Il Mattino di Padova