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L’ultimo viaggio di Abdul Annor

Aveva 22 anni, il cuore malato: è morto nella Casa don Gallo

Era un ragazzone grande e grosso, pareva il ritratto della salute. E invece aveva il cuore ridotto male, grande il doppio di quello di un ragazzo della sua età.

Il 30 dicembre scorso era rimasto tutto il giorno a letto, nella villetta occupata da Razzismo Stop in via Tommaseo 90 e trasformata nella “Casa dei diritti don Gallo” dove abitano sessanta profughi. Casa senza luce e senza riscaldamento, per questo lui aveva una stufetta in stanza. Alle 18.30 nessuno dei suoi amici d’aveva ancora visto: sono andati nella sua camera e l’hanno trovato morto. Il suo cuore l’ha ucciso. L’autopsia ha evidenziato anche tracce di monossido di carbonio provenienti dalla stufetta.

Erano in più di cento ieri, al Tempio della Pace in via Tommaseo, a salutare Abdul Kwame Annor, 22 anni, da tre in Italia. A dirgli addio c’erano tutti gli ospiti della Casa di via Tommaseo, quelli di Razzismo Stop ed amici. Il funerale è stato celebrato da don Elia Ferro, parroco della chiesa della Pace e delegato alla Pastorale dei migranti, assieme a padre Godwin Patt Akpowo, prete africano.

Un amico di Abdul Kwame Annor ha preso la parola per ricordare quel ragazzo arrivato in Italia carico di speranze e ha parlato anche Luca Bertolino, di Razzismo Stop: «Restiamo uniti per continuare il viaggio di Abdul verso una vita dignitosa», ha detto, a testimoniare il significato della Casa dei diritti don Gallo. Finita la cerimonia, un canto gospel tutti assieme verso l’uscita della chiesa.

Era nato in Ghana, Abdul, lì aveva frequentato una scuola professionale; poi era andato a Tripoli, in Libia, per cercare lavoro. E l’aveva trovato, aveva fatto il muratore e l’idraulico. Nel 2011 scoppia la guerra civile in Libia, la situazione precipita e Abdul, come tantissimi altri, scappa. Arriva in Italia con la speranza di trovare un impiego come idraulico.

Abitano in quasi sessanta in via Tommaseo, si danno daffare lavorando il legno e trasformando bancali in panche e tavoli o intagliando ciondoli per farne portachiavi. E hanno messo su un orto. Ma è inverno, dentro casa non ci sono luce né riscaldamento e le condizioni in cui vivono sono parecchio difficili.

Alberta Pierobon

Pubblicato su Il Mattino di Padova