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«Non è omicidio» Adesso il Pirata riposi in pace

La nuova perizia medico legale smentisce che il campione “sia stato suicidato”

di ANTONIO FRIGO

Noi che, anche se non pii e osservanti, abbiamo una solida educazione cristiana, sappiamo bene come finisce la preghiera dei defunti. Finisce con «riposino in pace e così sia».

Riposerà finalmente in pace Marco Pantani, ora che il magistrato di Rimini che conduce l’ultima inchiesta sulla sua morte ha detto che non c’è ombra d’ipotesi di omicidio e che Marco è morto di intossicazione “suicidia”, ovvero per una grave insufficienza cardiaca provocata da ingestione di cocaina e farmaci?

Riuscirà, finalmente, Marco Pantani da Cesenatico, ciclista fantasmagorico ma non meno dopato di molti altri (ma più forte di questi, sia chiaro), a riposare in pace, in quella tomba strana - la cui cupola è percorsa da un tornante infinito che sbocca nel cielo - a non essere più pasto quasi quotidiano di troppi famelici lazzaroni?

«Allo stato non sono emersi elementi che facciano pensare a un omicidio», ha commentato quattro giorni fa il procuratore capo di Rimini, Paolo Giovagnoli, a proposito della ultima perizia medicolegale del professor Franco Tagliaro, disposta nell’ambito dell’indagine sulla morte del Pirata con l’ipotesi di omicidio volontario.

Smentita.. Smentita così la fantasiosissima ipotesi dell’ingestione di acqua e coca, che sottendeva la possibilità che qualcuno avesse fatto ingerire a Marco la dose letale, forse per “tappargli la bocca” e non fargli rivelare cose “da tacere”.

Troppo poco attrezzati i genitori di Pantani, specie mamma Tonina, per opporsi a questa ulteriore speculazione chiedendo di riaprire il caso. Speculazione che, guardacaso, ha prodotto fior di articoli e ulteriori libri e instant-book sul caso.

Chi scrive qui sull’argomento, che ha visto on the road tutta la parabola del Pirata, ha avuto di recente un carteggio con la mamma di Pantani (grazie a Fb, del quale è frequentatrice attenta) dal quale emerge chiaramente che Tonina, magari sperando anche in una restituzione dell’onore del figlio, comunque chiede solo giustizia.

Ma invoca una giustizia diversa da quella strombazzata dai giornali sportivi in questi mesi di dissepoltura mediatica del povero Pantani.

Tonina chiede che si ricostruisca - con nomi e cognomi dei traditori - l’intreccio che ha portato quel suo figliolo di appena 33 anni a morire travolto - questo sì - da falsi amici e famelici lupi travestiti da “consulenti”. La signora ammette anche un fatto incontrovertibile: era adeguatissima a essere la mamma di Marco, ma non ad essere la madre di un campione di quella portata. E per questo aveva delegato molto e anche - diciamo noi e non se ne abbia a male - pasticciato un po’, in buonafede.

I sospetti di Tonina. Tonina non nomina mai le persone che in cuor suo ha già individuato come elementi chiave. E se anche fosse possibile ripercorrere dalla fonte il rivolo - diventato fiume - di cocaina mortale, mettendo in luce i “falsi amici” che hanno mangiato dalle tasche di Pantani, nessuno strumento giuridico consentirà mai di misurare l’abisso di solitudine in cui Pantani è stato lasciato nei momenti cruciali, fino giungere a un autoisolamento miope e cocciuto nel quale il campione andò ad impantarsi definitivamente. Insomma, non ci sono strumenti legali contro questo tipo di delitto. Probabilmente, quando Pantani saliva sulle auto in sosta con le ruote del suo mega-suv, in contromano, era già tardi: ascoltava chi gli suggeriva la dipendenza da coca, non certo gli amici veri.

L’ultima chance. Il ricovero a Teolo in provincia di Padova, in una clinica specializzata, aveva rischiato di chiudere i rubinetti a quanti, a quella tossicodipendenza, si abbeveravano a piene mani. E per questo trovarono il modo di spedirgli la sostanza, inducendolo così ad abbandonare l’impresa - quella vera - della sua vita.

Uscire dalla cocaina (troppi gli atleti che in questi anni sono transitati dal doping per vincere alla droga per vivere) sarebbe stato come scalare insieme Mortirolo, Alpe d’Huez, Mont Ventoux, Izoard, Stelvio e Angliru. Una volta tanto gli sarebbero serviti gregari sinceri, ma si ritrovò con le borracce avvelenate. Mentre questo e quel giornalista sportivo (attenti: qualcuno, che per motivi diversi, è stato vicino a Pantani, è diventato pubblicista proprio intingendo la penna post-mortem nella storia del Pirata) tiravano fuori dal garage i pacchi d’invenduto, oppure faceva una versione aggiornata del vecchio libercolo zannuto, i poliziotti intervenuti sul luogo della morte di Pantani, il residence “Le rose” di Rimini poi abbattuto in tutta fretta hanno denunciato la famiglia Pantani per aver messo in dubbio la loro correttezza e professionalità. La famiglia Pantani da questo nuovo baccano non aveva nulla da guadagnare in concreto. Chi l’ha spinta a chiedere la riapertura del caso, sì.

Si è chiamata in campo la camorra, si è detto delle scommesse su un Panta pizzicato ad arte nel giro del 1999, è spuntata anche la testimonianza di un galantomo schivo qual è Renato Vallanzasca. Niente di incredibile, perché se uno ti tiene per la gola con la “bianca sorella” e magari ti controlla quotidianamente sempre per lo stesso canale, niente impedisce che te la faccia sporca dopandoti a tradimento, Ma è appurato che la componente doping esisteva già nella vita professionale di Pantani, esiste una serie di fatti in cui l’epo era già spuntata (anche dopo incidenti occorsigli e che avevano rivelato un sangue “orribilmente” ossigenato) , bene elencati in un lungo articolo di Paolo Ziliani sul “Fatto” che nessuno ha osato confutare perché frutto di un collage di fatti noti, provati e volutamente dimenticati

Nessuno, insomma, è andato ad ammazzare con la coca il pirata in quell’appartamento del residence “Le rose” il giorno di san Valentino di dieci anni fa. Il perito prof Tagliaro esclude l’«assunzione sotto costrizione» e non esclude, parlando di «assunzione eccessiva di antidepressivi», possibili «finalità autosoppressive». Secondo la nuova perizia il corpo non sarebbe stato spostato e le ferite sul volto sarebbero riconducibili a una caduta, anche se non è possibile escludere la presenza di altre persone nel bilocale.

Come Jim e Jimi. Insomma, potrebbe esserci stata con lui, magari non nel momento della ingestione mortale ma fino a poco prima, un po’ della “fogna sociale” che lo aveva circondato negli ultimi febbrili giorni. Ballerine ed entraineuse centro e sudamericane, personaggi del sottobosco della disperazione.

C’è il rischio, insomma, di ritrovarci con una nuova storia, una storia rock e maledetta, tra Hendrix e Morrison. Ma Pantani era un atleta.

Pubblicato su Il Mattino di Padova