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Cattelan e l'arte "Shit & die": «Ma a Padova non ci torno»

Intervista all'artista padovano che vive a New York e espone in tutto il mondo: «Padova è l’archivio della mia infanzia, non voglio riaprirlo»

PADOVA. Si dichiara artista in pensione, ché forse prima o dopo doveva succedere che Cattelan non potesse più essere all’altezza di Cattelan. Con le sue opere d’arte ha alimentato veementi polemiche e feroci critiche. Ha raggiunto l’apice del successo e ha fatto pure i soldi. Lui, Maurizio Cattelan, nato a Padova nel 1960, è il provocatore per eccellenza che ha segnato con un contributo unico le pagine dell’arte contemporanea. Oggi è il curatore della mostra “Shit and die” a Torino. E la provocazione è il filo conduttore di questa esposizione ma ancor prima della produzione dell’artista autodidatta, quello della scultura di papa Giovanni Paolo II abbattuto da un meteorite, quello che, per polemizzare con la “moda” delle biennali d’arte ha organizzato la fantomatica “Sesta biennale dei Caraibi”, peccato non ve ne fossero mai state prima, né dopo, e che altro non si sia risolta se non in una vacanza gratis di due settimane per gli artisti invitati e nessuna opera esposta. Cattelan è anche quello dei manichini di bambini morti appesi all’albero, della scultura del dito medio in marmo di Carrara installata al centro di Piazza Affari a Milano, di Hitler inginocchiato che chiede perdono. Ha una faccia simpatica Cattelan, con gli occhi spiritati che tradiscono sottile ironia e acuta furbizia.

Com’è nata la mostra torinese “Shit and die”?

«Da Torino e ritorno. Tutto è nato dalla commissione di Artissima e dai sopralluoghi in città: come turisti un po’ curiosi e un po’ morbosi abbiamo raccolto aneddoti, pettegolezzi e memorabilia intorno a cui organizzare il percorso espositivo. Da lì abbiamo costruito un “cadavre exquis”, come succede nei sogni, associando immagini e opere che inizialmente non sembravano avere relazione tra loro, ma più li concatenavamo e più trovavamo il senso d’insieme».

Dove c'è il suo nome finisce sempre per scatenarsi qualche polemica. Nel caso di Torino un consigliere ha chiesto che il Comune togliesse il patrocinio alla mostra. È quello che si aspetta o spera anche in reazioni diverse?

«Le mie opere sono state esposte in paesi diversi, e a seconda di dove si trovano sono percepite in modo radicalmente differente. Alcune persone le leggono dal punto di vista concettuale, altre come provocazione, altre in modo ironico. Semplicemente non c’è niente da aspettarsi perché è totalmente imprevedibile, non c’è nessun modo di anticiparlo, ed è quello che mi piace della reazione del pubblico».

Arte e provocazione: è un binomio irrinunciabile?

«Anche il lavoro di Caravaggio è stato considerato provocatorio a suo tempo, mentre noi ora consideriamo le sue opere dei capolavori. Lungi da me paragonarmi a lui, ma mi sembra evidente che la provocazione sia negli occhi di chi guarda, più che nelle intenzioni dell’arte stessa».

Dove trova l’ispirazione per le sue provocazioni?

«Mi ha sempre affascinato la funzione catartica che i greci attribuivano alla rappresentazione teatrale: per loro l’ironia era una maschera che poteva trasformarsi in tragedia, e viceversa. Credo che ogni opera abbia anche un lato drammatico, ma non sta agli artisti indicare da dove viene nè dove sia; sta al singolo intravedere il proprio dramma riflesso nelle opere che sta osservando».

Si definirebbe un “provocatore” anche nei rapporti personali? Esiste un Cattelan ordinario, banale, da tv e poltrona per esempio?

«Esistono così tanti Cattelan che a casa bisogna fare la fila per il bagno. Ma almeno non si litiga per cosa vedere in tv, quella non l’ho proprio mai avuta».

Keats scrisse “A thing of beauty is a joy forever”. Come definirebbe Maurizio Cattelan il bello?

«La mia portinaia dice sempre: “Behind every beautiful thing, there’s some kind of pain” (citazione da una canzone di Bob Dylan, ndr). Da dietro il vetro sembra una buona definizione».

Lei vive da anni a New York, ma com’è il suo rapporto con Padova?

«Padova è la città dove ho incontrato l’arte per la prima volta. Il Gattamelata, il gigantesco cavallo in legno dentro a Palazzo della Ragione, un antesignano “concept store” legato al culto del Santo e delle reliquie: sono tutte immagini che mi hanno segnato indelebilmente. Un giorno da piccolo mi misi in piazza con carta e matite per disegnare il Gattamelata sopra al suo cavallo, ma fallii nell’impresa e chiesi a qualcuno di disegnarlo al posto mio, un vizio che non ho perso neanche da adulto. Padova è il posto da dove vengo, ma anche quello in cui non voglio tornare: lì è archiviata la mia infanzia, e preferisco lasciarla ben chiusa dentro degli scatoloni che ogni tanto apro a distanza».

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Pubblicato su Il Mattino di Padova