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Addio a d’Ormesson, il signore della cultura

Scrittore e accademico, amava Venezia che ha frequentato, difeso e raccontato nei suoi libri

«Jean d’Ormesson era lo spirito francese. Vale a dire, quel melange incomparabile di eleganza e di grazia, di profondità senza pesantezza, di infaticabile curiosità e gusto della vita»: le parole di Emmanuel Macron, nel giorno della scomparsa descrivono perfettamente la figura del grande Accademico di Francia. A 92 anni i francesi lo credevano immortale, così come vengono definiti i membri dell’Accademia, fra i quali entrò a 48 anni. Forse per la sua proverbiale curiosità, la sua abilità oratoria, straordinaria almeno quanto l’ispirazione di letterato. Era lieve e predicava la saggezza di gustare la vita fino in fondo, non negarsi mai nulla, scendere in profondo restando leggeri.

Amava Venezia, dove ha abitato a lungo coltivando relazioni e amicizie - tra gli altri, con Alvise Zorzi; dove ha ambientato uno dei suoi fortunati romanzi, “La dogana di mare”, che porta sulla copertina della prima edizione una veduta della Punta della Dogana e racconta la storia di un uomo, morto a Venezia, che incontra uno spirito giunto da un altro pianeta e cerca di spiegargli il mondo. Amava Venezia di quell’amore che accomuna e ha accomunato tanti francesi di raffinata cultura; la sua firma compare nell’appello dei comitati privati a Renzi per trovare una soluzione al problema delle grandi navi.

Le provocazioni, la naturale idiosincrasia per il conformismo ne facevano un personaggio ammirato e familiare al di là degli steccati politici o intellettuali. Padre ambasciatore, infanzia e adolescenza immerse nel mondo ma con salde radici, e grande affezione, nel castello della madre, a Saint-Fargeau. L’educazione è borghese, il mito è quello della cultura francese che illumina il mondo. Studi brillanti, master in filosofia, entra all’Unesco poi nel 1970 è già direttore di Le Figaro, che rilancia in copie e prestigio. Per 40 anni rimarrà la penna simbolo del giornale. Scriveva praticamente da sempre, ma il grande successo arrivò nel 1971 con “La gloria dell’impero” e “A Dio piacendo”. In Italia raggiunse il massimo della notorietà nel suo periodo “veneziano”: “Il vento della sera” (1985), “Il romanzo dell’ebreo errante” (1990) e “La dogana di mare” (1994).

L’apice della soddisfazione fu, forse, l’ingresso – da vivo, nel 2015 – nella più prestigiosa delle collezioni letterarie, la Pleiade, un onore toccato a Kundera, Gide e Levi-Strauss prima di lui. La sua grande battaglia fu quella per l’ingresso di una donna, la prima, Marguerite Yourcenar, sotto la Coupole.

Pubblicato su Il Mattino di Padova