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Gilles, Ayrton e gli altri il ventennio magico sul filo della tragedia

Piloti capaci di duelli epici, sfide sempre incerte e la morte in pista degli interpreti più amati di sempre

di Alessandro Taraschi

Gilles Villeneuve e Ayrton Senna. Due miti. Non solo campioni. Due destini leggendari segnati da un finale tragico. Sono loro i punti cardinali della Formula 1 d’oro degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Comincia prima, questo magico periodo. Alla fine dei Settanta. E con anticipo finisce, poco dopo quel maledetto 1° maggio del 1994. In quelle stagioni si scrivono storie epiche, fatte di duelli incredibili, personaggi intramontabili e monoposto indimenticabili.

Un numero di scuderie impressionante se paragonato a quelle attuali. Figlie della vivacità economica del periodo. E altrettanto stupefacente era la competitività di molte di queste squadre. È vero che tra il 1978 (campionato vinto da Mario Andretti sulla Lotus) e il 1994 (primo titolo in bacheca per Michael Schumacher con la Benetton) il duopolio McLaren-Williams è stato interrotto solo due volte dalla Brabham di Nelson Piquet nel 1981 e nel 1982. Le monoposto però che riescono ad alternarsi sul gradino più alto del podio sono le più varie. Volete esempi? Prendiamo il 1982, quando undici piloti diversi riescono a vincere almeno un Gran premio (in 42 ne disputarono almeno uno). Avete letto bene: undici vincitori differenti su sei vetture diverse. E se la Ferrari era ancora molto lontana dal tornare sul tetto del mondo, c’erano comunque delle soddisfazioni: tre vittorie, due a firma Didier Pironi e una centrata da Patrick Tambay, senza considerare che gli italiani potevano esultare anche per i trionfi di Riccardo Patrese (su Brabham), Elio De Angelis (Lotus) e Michele Alboreto (Tyrrell). Scuderie leggendarie queste ultime tre che hanno segnato soprattutto gli anni Ottanta. Alla Tyrrell è anche legato il ricordo della folkloristica ma competitiva auto a sei ruote, la P34, che gareggia nel 1976 e 1977 conquistando una vittoria in Svezia con Jody Scheckter.

Duelli epici, come quello tra Villeneuve e Arnoux a Digione del ’79. Un trattato. Gilles merita sicuramente un capitolo a parte. Senza dubbio il pilota più amato della storia in proporzione alle poche vittorie conquistate. Unico per la capacità di trasmettere emozioni al volante. Sono anni in cui le macchine sono spinte al massimo. Motori iperpotenti da gestire con pochissimi aiuti elettronici. Serve un po’ di pazzia per avventurarsi su quei bolidi e tantissimo coraggio. Non manca ai protagonisti di allora, in grado di emozionare a ogni curva. Quel maledetto volo a Zolder portò Gilles nella leggenda ma privò troppo presto il Circus di un campione indimenticabile.

Sono anni in cui si può vincere il Mondiale per mezzo punto, come nel 1984. La vecchia volpe Niki Lauda precede il giovane compagno della McLaren Alain Prost di un nulla. E alle loro spalle, scriverlo oggi ha dell’incredibile, due italiani: De Angelis e Alboreto. Il Professore francese troverà comunque modo di arrivare al titolo già nel campionato seguente. Subito bissato. Più calcolatore di tanti altri rivali di quel periodo, Prost sarà il “nemico” ideale dei Piquet, dei Nigel Mansell e soprattutto di Senna. Personaggi più carismatici e passionali che infiammano le platee con le loro battaglie in pista.

A fine anni Ottanta c’è un’esplosione di scuderie, grazie all’abbandono dei propulsori turbo con il ritorno ai meno costosi aspirati. Nel 1989 sono 16 le squadre che riescono ad andare a punti, tra cui Ferrari, Benetton, Dallara e Minardi... Addirittura 29 i piloti (sui 39 totali), con nove italiani. Patrese è il migliore: terzo. Solo Alboreto fece meglio pochi anni prima: secondo nel 1985. Il passaggio dagli Ottanta ai Novanta porta in dote un’altra leggenda. Un brasiliano dallo sguardo malinconico. Un casco giallo che comincia a vincere sbucando da una monoposto nera (la Lotus) e dominerà sul biancorosso McLaren. Sul cammino di Senna c’è ancora il professor Prost. Nessun colpo è escluso. Anche se rientrano negli stessi box a fine gara. Il dominio Williams è dietro l’angolo. E se il leone inglese Mansell ci mette una grinta che non passa inosservata agli amanti dei motori, più anonimi sono i titoli di Damon Hill e Jacques Villeneuve, anche se il figlio d’arte vince nonostante le tremenda e sleale sportellata del ferrarista tedesco Michael Schumacher. Schumi aveva già strapazzato tutti sulla Benetton nel 1994 e nel 1995. Il primo iride è “macchiato” dalla volontaria scorrettezza su Hill, spedito contro un muretto. In quel modo resta davanti di un punto alla fine. È la sua voglia di vincere, che lo farò diventare un cannibale con la Ferrari negli anni 2000. Un’altra storia. In quel 1994 prima se n’era andato lui. Ayrton. Due morti (il giorno prima di quel fatale primo maggio imolese morì Roland Ratzenberger), come nel dannato 1982 (quando perse la vita anche Riccardo Paletti). Non c’erano più state tragedie da allora. Ma il filo della leggenda e della tragedia ha voluto unire Villeneuve e Senna. Chiudendo un ventennio irripetibile.

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Pubblicato su Il Mattino di Padova