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Addio a Velludo, il fonico che catturava i suoni

Da Jethro Tull a Ivano Fossati, i big della musica registravano da lui nella “Stalla” sul Terraglio

SAN DONÀ. Era come un’araba fenice. Superava ogni difficoltà e rinasceva sempre, spinto dalla passione di catturare i suoni della natura e della voce umana per sottrarli all’oblio. Grazie a lui oggi si possono ascoltare 1800 inni sacri della tradizione armena e tutto il repertorio della cantautrice Luisa Ronchini.

Ieri pomeriggio a San Donà di Piave è morto Ermanno Velludo, classe 1948, tra i migliori fonici italiani. Nato nel Veneziano, soffriva da quando aveva 25 anni di un problema ai reni: «Nonostante la salute precaria aveva sempre un sorriso» ricorda la moglie Carolina De Marchi «Non pensava alla malattia, viveva per la musica». Negli anni Sessanta, la grande musica passava da Velludo che non solo registrava, ma costruiva anche mixer di alto livello, oltre a essere il primo a possedere un registratore a bobine della Reox. Da Jethro Tull ai King Crimson, passando per Ivano Fossati e Alan Sorrenti: tutti conoscevano la “Stalla”, un casolare abbandonato sul Terraglio che aveva trasformato in una sala di registrazione, prima di quella che ebbe negli anni Ottanta a San Vio a Venezia, frequentata da gruppi musicali veneziani e internazionali. Il suo nome era arrivato alle orecchie di Dario Fo e Luca Ronconi che lo avevano voluto come tecnico del suono per i loro spettacoli e le registrazioni. «Girava per Venezia con un registratore per catturare ogni rumore» racconta l’allora assistente Paolo Gomirato «fu il primo a eseguire le messe beat all’interno della Chiesa di San Giacomo dell’Orio, introducendo nelle celebrazioni quel tocco gospel e rock che andava all’epoca». Non amava apparire: «Aveva collaborato con Giorgio Streheler a una Biennale Musica che si era svolta a San Clemente» prosegue Gomirato «avevano registrato dei suoni e delle voci e le avevano installate tra gli alberi. Le persone passeggiavano avvolti da suoni che all’epoca erano all’avanguardia». Il suo nome era diventato sinonimo di serietà tanto che fu l’unico a convincere la cantante di musica tradizionale Luisa Ronchini a registrare le sue canzoni che altrimenti sarebbe andate perdute. Un contributo immenso lo ha dato alla cultura armena, i cui canti sono diventati Patrimonio dell’umanità come ricorda Minas Lourian della sede di Ca’ Zenobio a Venezia: «Senza di lui non avremmo 1800 brani sacri che registrò magistralmente». Nel tempo libero suonava nella band Gentle Giants, come dimostra il disco inciso Our bluesbag. Gli amici lo ricordano come un uomo straordinario che aveva una missione, quella di custodire i suoni, come è riuscito a fare. (v.m. e c.m.)

Pubblicato su Il Mattino di Padova