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San Giorgio in Bosco, muore a 31 anni dallo schianto in motorino

Sigfrido Frasson era diciottenne all’epoca dell’incidente, da allora è rimasto in stato vegetativo accudito dai familiari

SAN GIORGIO IN BOSCO. È stato curato per 31 anni dalla mamma, che ha sempre lottato per il figlio, spinta dall’amore per la sua creatura, e per la vita. Ieri il cuore di Sigfrido Frasson ha smesso di battere per sempre. Aveva 49 anni, era in coma dall’11 agosto 1990, l’estate delle notti magiche di Italia’90.

Quel tragico giorno, quel ragazzo di 18 anni – che viveva nella frazione di Sant’Anna Morosina, a San Giorgio in Bosco, e aveva sogni e desideri pieni di futuro – stava tornando a casa in motorino dal lavoro. Si schiantò contro un’auto lungo la strada che porta a Sandrigo, nel Vicentino. Un incidente drammatico: il giovanissimo finì in un coma di stato vigile, di quelli che lasciano poco spazio alla speranza.

«Quando si risveglierà?» aveva chiesto la mamma Antonia Pettenuzzo ai medici, quasi implorandoli. «Tra un mese o un anno, o forse mai», fu la risposta. Però quel «forse mai» non ha scoraggiato la famiglia che da allora, giorno e notte, ha seguito il ragazzo.

«Eravamo un corpo e un’anima sola»: descrive così la simbiosi che si era venuta a creare Antonia, che è sorella di Giovanni, figura di riferimento del paese e conosciuto da tutti per l’apprezzatissimo ristorante di famiglia, in centro.

Il fratello di Sigfrido, Nicola, rivolge un grazie sentito ad una comunità vasta che in questi anni non ha fatto mancare presenza, affetto, supporto: «Ringraziamo i nostri zii, tutti i volontari che sono passati per casa nostra, le amministrazioni comunali, i medici e gli infermieri dell’ospedale di Cittadella».

Nella struttura sanitaria all’ombra delle mura Sigfrido ha passato molto tempo: «Era figlio dell’ospedale di Cittadella, tutti gli hanno voluto bene».

E poi tanto tempo passato fra le mura domestiche dove la famiglia Frasson è stata, in un certo senso, pioniera delle cure domiciliari. «Mia mamma non poteva fare umanamente di più, è stato fatto l’impossibile per curare mio fratello, deve essere un grande esempio per la comunità», aggiunge Nicola. Antonia aveva intrecciata una relazione unica con “Siggi”: «Quando mi vedeva si illuminava». Erano segnali di vita, di esistenza, piccole tracce che tenevano il contatto, segnali preziosi per dire che la vita c’è, per quanto pulsi in maniera complicata, difficile.

Prendersi cura così a lungo di una persona è faticoso, un’esperienza che prosciuga le energie. Antonia ha saputo interpretare il destino amando la vita: «Rifarei tutto. Ho sempre lottato per la vita, non mi è mai pesato nulla. Quello che abbiamo vissuto insieme è stato un amore grandissimo».

Sigfrido ha preso commiato il 19 pomeriggio: «Mi ero assentata un’ora», racconta la mamma, «quando me ne sono andata ero tranquilla, aveva una buona saturazione, valori positivi». La fine è arrivata con un arresto cardiaco. Antonia sa che era stanco: «Era forte, Siggi, e nessuno può immaginare cosa abbia passato. Il cuore si era gradualmente indebolito. Eppure non pensavo fosse arrivato il momento di salutarlo».

Oltre alla mamma e al fratello, lascia il papà Gianni, la cognata Chiara e i 4 nipotini. Il funerale sarà celebrato venerdì 22 ottobre, alle 15.30, in chiesa a Sant’Anna Morosina, mentre il rosario verrà recitato giovedì 21 ottobre alle 20 sempre nella parrocchiale.

Pubblicato su Il Mattino di Padova