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Strage in Postumia, l’ombra del caporalato. Uno dei feriti: «I freni funzionavano male»

Mounim: «La stessa mattina per due volte abbiamo evitato un incidente: lo schianto 20 minuti dopo la nostra partenza»

CITTADELLA. «Ero seduto vicino al conducente, stavamo tornando a casa dai campi, avevamo lavorato in una vigna». Sono le parole di Mounim Zohair, 32 anni: è uno dei sopravvissuti al terribile schianto lungo la strada statale Postumia a San Pietro in Gu. E aggiunge: «La stessa mattina per ben due volte abbiamo evitato un incidente: i freni non funzionavano in maniera adeguata. Lo schianto è avvenuto venti minuti dopo la nostra partenza».

La strage

Venerdì pomeriggio sono morti quattro dei sei africani che si trovavano a bordo della Fiat Multipla schiantatasi contro un bilico. Mounim è stato ricoverato in ospedale a Cittadella, domenica è stato dimesso ed è tornato a casa, in via Predicale a Cologna Veneta, nel Veronese. La sua ricostruzione dell’accaduto: «Ad un tratto Soufiane ha visto una macchina ferma davanti a sé. Per evitarla ha prima frenato e poi sterzato finendo contro il camion che arrivava dall’altra parte della strada. Da lì in poi non ricordo assolutamente nulla».

Soufiane Assaoui, 22 anni, è stato il primo ad essere identificato: aveva con sé la fotocopia di una patente marocchina. Nel nosocomio della città murata è rimasto invece Abdelwahid, 40 anni, che vive a Pressana e deve riprendersi dalle ferite patite alle gambe. Mounim è irregolare, non ha il permesso di soggiorno, vive in Italia da un anno e mezzo.

Il sostegno

In questi giorni sono tanti i parenti e gli amici che stanno andando a trovare il giovane. Un cugino ed uno zio si sono impegnati domenica a fare da filtro perché potesse riposare, ma poi il 32enne si è affacciato e ha raccontato il suo dolore. Al momento fatica a camminare, soffre al fianco, sulla fronte ha un grande cerotto bianco, altri all’altezza della tempia e dell’orecchio sinistro, i gomiti portano lividi e abrasioni.

È lui a dare un nome a chi sembrava dover essere invisibile, solo braccia destinate a faticare nei campi con il miraggio di un contratto regolare e la possibilità di un permesso di soggiorno: «Soufiane, che guidava, abitava a Cologna, ma non so di preciso dove». Ragazzi giovani, che cercavano in Italia speranza e dignità, e hanno trovato la morte sull’asfalto dopo una giornata di fatica: «C’era Ismail, che aveva compiuto 21 anni la settimana scorsa, e poi Youness, di 26 anni».

Tutti originari del Marocco. Il quarto, invece, come si chiamava? «Sonny, abitava a Noventa Vicentina». Sonny era nigeriano, aveva 27 anni. «Lui però aveva tutti i documenti in regola», aggiunge Mounim. Che quel venerdì aveva visto – come spesso gli capitava – l’alba. Seduto accanto a lui, nella trappola mortale della Multipla, c’era anche un altro marocchino, C.Y. 26 anni.

«Sei euro all’ora»

A bordo della Fiat Multipla era salito prima del sorgere del sole: «Andiamo sempre in posti diversi, a seconda delle necessità. Quel giorno ci trovavamo in un vigneto per togliere l’erba e preparare i filari delle uve. Terminato il lavoro stavamo tornando a casa».

E come funziona l’ingaggio? Chi vi dà le indicazioni? «Ci telefonano per lavorare e noi andiamo, la paga è di 6 euro all’ora», dice. L’azienda proprietaria della Fiat Multipla è stata coinvolta in una vicenda giudiziaria nel 2019, emersero le storie di uomini sfruttati nei campi di tabacco, schiavi per anche 11 ore senza una pausa nelle campagne di Cologna Veneta, Cerea, San Pietro di Morubio.

In cella era finito un caporale magrebino. Una “coop senza terra” nota anche alla Cgil: il sindacato è in prima linea contro il fenomeno del caporalato, si stimano in 5.500 le persone sfruttate nel Veneto

Pubblicato su Il Mattino di Padova