• Home
  •  > Notizie
  •  > I cadaveri dei misteri nel Polesine: tre non hanno ancora un nome

I cadaveri dei misteri nel Polesine: tre non hanno ancora un nome

Una terra conosciuta per pesca e campi sta registrando ormai da tempo la macabra escalation. L’ultimo giallo è quello di Villanova del Ghebbo dove un anziano è stato fatto a pezzi

ROVIGO. C’è l’ambientazione, questa sterminata campagna polesana, con l’odore di letame, i corsi d’acqua, gli argini e campi a perdita d’occhio. Ci sono i personaggi, la guardia che ogni giorno percorre avanti e indietro il fiume Po a bordo di un barchino, i pescatori, gli agricoltori curiosi che si ritrovano a metà mattina al bar Sport per il bianchetto macchiato.

E poi c’è il giallo, anzi più d’uno, a dire il vero. Spoglie mortali emergono dalle acque, ora qua, ora là. Il Polesine esce dal suo tradizionale e sedimentato silenzio, e ora rischia di venire elevato al rango di terra di misteri. Il regista Carlo Mazzacurati ne farebbe probabilmente un seguito del film “La giusta distanza”.

Ma nel frattempo non c’è tanto da ridere, non fosse altro perché questa fetta di provincia compresa tra il Po, l’Adige e il mare Adriatico, inizia a sembrare più il set di un film di Quentin Tarantino.

Spuntano cadaveri fatti a pezzi, mutilati, ridotti a tronconi senza arti. È senza dubbio l’estate più splatter per Rovigo e dintorni, anche se in realtà la scia noir dura ormai da anni.

L’ultimo ritrovamento in ordine di tempo è quello che risale al 28 luglio scorso, un giovedì. Sono le 8 del mattino quando due addetti del Consorzio di bonifica si accorgono che in una chiusa dell’Adigetto, in via Casaria a Villanova del Ghebbo, c’è una gamba. Sì, la gamba sinistra di un cadavere evidentemente mutilato. Nel pomeriggio dello stesso giorno, sempre sul corso dell’Adigetto ma stavolta in via San Lazzaro a Lendinara, vengono trovati chiusi in quattro sacchi neri, il tronco, la testa e le braccia.

Una prima autopsia stabilisce che si tratta di un maschio di sessant’anni circa. Ma è la gamba destra ritrovata successivamente a chiarire il primo capitolo di questo giallo. Perché sul polpaccio c’è un tatuaggio, che porta dritto a Shefki Kurti, 72 anni, albanese con residenza a Badia Polesine, pensionato dopo una vita a spaccarsi la schiena nei cantieri. Il 22 luglio litiga con la moglie ed esce di casa imprecando. Ma in quella casa, comprata faticosamente e con mille sacrifici, non farà mai ritorno. Sei giorni dopo cominceranno a riaffiorare parti del suo corpo.

I carabinieri hanno acceso un faro sulla sfera familiare. La figlia Alketa vive in Svizzera con la famiglia: è rientrata dopo essere stata informata della tragedia. Il figlio Arben detto Benni, invece, lavora con le discoteche. Dopo la gavetta da dj ha preso in gestione il Manfredini, la storica sala da ballo di Badia, che poi è stata trasformata nel club Malibù, per diventare infine “Il Babylon”.

Tuttavia, il Covid ha travolto anche lui e ora abita a Masi con la famiglia, in via Ghirardini 78. Casa attualmente sotto sequestro, perché i carabinieri del Ris hanno voluto passarla al setaccio con il luminol, alla ricerca di tracce di sangue. Gli investigatori sospettano che il mattatoio sia lì. In realtà si va un po’ per esclusione, perché altri sospetti non ci sono. Il settantaduenne ha una fedina penale immacolata e di certo non era uno che andava ad attaccar briga in giro. Chi l’ha ammazzato e fatto a pezzi, probabilmente con una sega circolare, doveva essere mosso da un odio viscerale.

Ma basta scorrere il calendario a ritroso fino a i primi di aprile per un altro macabro ritrovamento, che cela un altro mistero. A Occhiobello il Po in secca ha restituito un borsone da palestra con dentro il corpo rannicchiato e mutilato di una donna. L’ha scoperto Davide Martini, dipendente di Aipo, durante una perlustrazione col barchino.

Incagliato tra i massi di un argine c’era questo cadavere senza testa e senza arti. Una donna prima uccisa e poi sistemata nella sacca in posizione fetale, successivamente avvolta nel cellophane e sigillata con il nastro da pacchi. Questo corpo decapitato misura 1 metro e 45 centimetri. L’autopsia ha subito chiarito che non si tratta né di Isabella Noventa, né di Samira El Attar. I carabinieri di Rovigo sono orientati a cercare nel mondo della prostituzione e dei centri massaggi a luci rosse. Quella donna minuta di carnagione bianca è stata uccisa e fatta sparire, ma nessuno ne ha mai denunciato la scomparsa.

Ma nell’estate del 2019 c’era già stato un anticipo di questa china macabra. Tra il 20 e il 29 agosto, nella spiaggia libera dell’isola di Albarella, ben quattro ritrovamenti: il primo giorno una mandibola con due denti, il 24 agosto un frammento di 12 centimetri che sembra una parte di bacino, giovedì 29 un pezzo di costola di 17 centimetri e un frammento irregolare di circa 9 centimetri e il venerdì successivo, nella spiaggia di Caleri a Rosolina, anche un pezzo di femore umano.

Per non parlare di febbraio 2015, addirittura sette anni fa, quando a Boccasette, nel basso Polesine, vennero trovate tra il mare e la spiaggia due gambe di donna di giovane età, caucasica. Mistero mai chiarito.

Questa scia di ritrovamenti sta contribuendo ad alzare la colonnina della preoccupazione tra i tutori della sicurezza e dell’ordine pubblico. Urge sapere il più presto possibile se questo cuneo di campagna veneta sia la discarica utilizzata per seppellire regolamenti di conti avvenuti altrove, o se invece questa terra conosciuta solo per le zanzare e le anguille, stia diventando una piccola Soweto. 

Pubblicato su Il Mattino di Padova