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Il dramma della coppia per bene incolla allo schermo il pubblico

Tratto da un bestseller di Gillian Flynn, “L’amore bugiardo” si deve alla intrigante quanto abile mano di David Fincher, geniale regista e narratore della provincia americana. Da “Seven” a “Fight...

Tratto da un bestseller di Gillian Flynn, “L’amore bugiardo” si deve alla intrigante quanto abile mano di David Fincher, geniale regista e narratore della provincia americana. Da “Seven” a “Fight club”, da “Social network” a “Millennium” i film di Fincher provocano a fondo lo spettatore, causando in lui atteggiamenti diversi tra il divertito, l’atterrito e l’affascinato. È così anche per l’ottimo “Amore bugiardo” in cui, partendo da premesse hitchcockiane, Fincher snoda un’indagine sulla scomparsa di Amy (Rosamund Pike, ex Bond-girl di “007-La morte può attendere”), newyorkese, scrittrice e giovane moglie affascinante di Nick Dunne (Ben Affleck). Le tracce di Amy si perdono una mattina quando nella loro bella casa nel Missouri vengono rinvenuti i segni di una colluttazione che fanno pesare al peggio. Rapimento od omicidio? Nick diventa il sospettato numero uno agli occhi della polizia, dell’opinione pubblica e dei mass media che ne esaltano certe violenze e le molte infedeltà.

Ma giunto poco meno che alla metà delle sue due ore e mezza, il film cambia registro e soprattutto punto di osservazione, dando spazio alla lettura della moglie, attraverso le parole del suo diario o dei flashback. Così pian piano il film si trasforma in un’analisi della società dello spettacolo, inframmezzato da breaking news e interviste televisive, il tutto mentre i ruoli dei protagonisti si invertono progressivamente sino al finale thriller. Ma anche e soprattutto un’introspezione sulle bugie del matrimonio, sulle costrizioni reciproche che obbligano la coppia a doversi accettare quasi in modo coatto, salvo fughe e violenze verbali e fisiche. Il lavoro di indagine di Fincher scava nelle psicologie malate dei personaggi, ne scopre il lato oscuro così come fa da sempre, da “Seven” in poi, con una certa predilezione per una misoginia di fondo che nemmeno “Millennium” aveva temperato.

Man mano che le vicende scorrono sembrano ingarbugliarsi, anziché chiarirsi: è un gioco di specchi continuo che mostra non una ma mille verità, come davanti a uno schermo a circuito chiuso che controlla, a mosaico, le diverse riprese di un interno, al pari di quello davanti al quale si consuma la scena finale. E chi è allora Nick: un gelido assassino o un ingenuo preso dentro al vortice? Un amante di studentesse o un marito che, insofferente alle follie della moglie, diventa violento? Imperdibile. durata: 145’ - voto: ****

Pubblicato su Il Mattino di Padova