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Il maledetto del ring vita e morte di Monzon

Venti anni senza Carlos Monzon. In Argentina sono già cominciate le commemorazioni di questo straordinario campione, forte e spietato sul ring e anche nella vita, che nella storia dei pesi medi è...

Venti anni senza Carlos

Monzon. In Argentina sono già cominciate le commemorazioni di questo straordinario campione, forte e spietato sul ring e anche nella vita, che nella storia dei pesi medi è stato secondo soltanto a Ray Sugar Robinson. Viso da indio, povero di famiglia e scampato al tifo, cattivo perché così l'avevano reso gli anni dell'adolescenza, sul ring stendeva, tra un montante e un gancio, gli avversari uno dopo l'altro, mentre fuori, a parte i periodi in cui si preparava ad un incontro, viveva quasi sempre sull'orlo del precipizio, tra gloria e scandali amorosi. A un certo punto prese la strada della boxe: aveva capito che quei pugni potevano portarlo in alto, e fargli dimenticare le notti passare a dormire in terra, perché a casa sua non c'era neppure il letto.

Così uscì fuori dalla miseria, a forza di Ko e vittorie, come quelle contro Nino Benvenuti, al quale strappò il titolo mondiale. Poi fece fuori pugili del calibro di Valdez, Griffith, Tonna, Briscoe, Napoles e Bouttier, che oggi sarebbero considerati invincibili o quasi. Monzon è stato campione del mondo dei medi dal 1970 al 1977, e per lui uno come Alain Delon si è improvvisato organizzatore. Ha amato donne da sogno come Ursula Andress, Nathalie Delon e Susana Gimenez, la “Brigitte Bardot del Sudamerica”, ed è stato “insidiato” da Helmut Berger. Tutto fino al tragico schianto finale mentre tornava in auto verso il carcere di Las Flores in cui stava scontando una condanna ad 11 anni, frutto della sua vita sempre più spericolata dopo che si era ritirato: alcol, cocaina e pistole, fino a gettare giù da un balcone Alicia Muniz, altra bellissima donna e madre di uno dei suoi figli, con la quale i litigi si erano fatti sempre più frequenti. L'8 gennaio del 1995 gli fu fatale un permesso di “libera uscita”, quando andò a schiantarsi era lui al volante, e guidava ad oltre 140 all'ora in una strada dove il limite era di 70. L'Argentina lo pianse a lungo, commemorandolo con uno striscione rimasto sul luogo della morte per anni: «Anche se è morta una stella, la sua luce brillerà sempre».

Pubblicato su Il Mattino di Padova