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Dattilo: «Via le case dalle golene dei fiumi la montagna salvata da 400 pompieri»

Come funziona la macchina della Protezione civile. «Nel Bellunese un piccolo terremoto, la vera emergenza è il Piave»



L’esercito della Protezione civile che porta l’acqua minerale con l’elicottero a Serrai di Sottoguda, ai piedi della Marmolada? È quello delle “colonne mobili” dei vigili del fuoco perché non esiste un corpo speciale. A Belluno può contare su 400 pompieri-volontari pronti a lavorare giorno e notte quando c’è da salvare una persona, tagliare un albero, liberare una strada e rimuovere una franca.

Ingegner Fabio Dattilo, cos’è c’è successo nelle montagne di Belluno, Asiago e nel Cansiglio?

«C’è stata un’alluvione atipica, con gli effetti di un piccolo terremoto che ha devastato i tetti di 3-400 case e anche i boschi. La pioggia ha mosso i sassi dei rigagnoli che si sono ingrossati e sembravano dei veri fiumi, portando a valle i massi. E le frane negli alvei dei torrenti hanno rotto le difese idrauliche. Questo disastro è in parte dovuto all’incuria dell’uomo: il Veneto non è la Sicilia ma anche qui ci sono troppe case costruite nelle golene dei fiumi e dei torrenti. Molti impianti sportivi a Padova sono a ridosso degli argini del Bacchiglione ma la situazione più grave è nel Trevigiano, con il Piave: quelle case andrebbero eliminate. Chi ci abita non si rassegna ma sa che vive con un rischio perenne e ogni 50-60 anni arriva l’alluvione. Qualsiasi abitazione costruita su una golena di un fiume prima o poi fa una brutta fine. Le golene sono nate per essere riempite dall’acqua nelle fasi di piena e i sindaci quando approvano i piani regolatori ne debbono tenere conto. Non c’è solo la Sicilia con l’abusivismo. A Venezia i magistrati alle acque della Serenissima ti decapitavano se costruivi lungo un fiume perché era a repentaglio la vita della Repubblica: questa regola è stata dimenticata nel Dopoguerra».

C’è chi sostiene che avete esagerato con l’allarme, chiudere per due giorni le scuole e le università è stato davvero decisivo?

«Certo che sì. Ne ho sentite tante di critiche, senza alcun fondamento. L’allarme lanciato dall’ Arpav era chiarissimo: sarà un’emergenza simile all’alluvione del 1966. In realtà è piovuto di più e noi ci siamo preparati. Nei comuni isolati dell’Agordino esistono i vigili del fuoco volontari, come a Trento e a Bolzano: tutti e 400 i pompieri di riserva sono stati richiamati in servizio perché la protezione civile non è un corpo speciale permanente ma un sistema organizzativo. Ci sono i pompieri in servizio in Veneto, autentiche colonne di professionisti che si coordinano con l’esercito, le forze dell’ordine e il volontariato, su base regionale. Questa è terra di grande cuore e la legge sulla Protezione civile del gennaio 2018 assegna il coordinamento al presidente Zaia. Le Province hanno perso gran parte dei loro poteri e quindi sono stati coinvolti i sette prefetti che si sono dimostrati all’altezza. Venezia ha osservato la piena del Piave, del Tagliamento e del Bacchiglione. I due bacini di laminazione a Trissino e a Caldogno hanno funzionato bene e Verona si è salvata dall’alluvione perché l’Adige ha scaricato nel Garda a Torbole, ma per aprire quella chiusa c’è voluto il via libera di Veneto, Lombardia e Trento. Abbiamo fatto tre riunioni, un’operazione perfetta in sinergia con l’Arpav di Teolo: il loro radar è perfetto».

Nessuno è morto sepolto in casa, ma sono crollati gli alberi sulle auto, come mai?

«Certo, la prima vittima è sulla strada di Feltre perché gli inviti alla precauzione sono inascoltati. Invece bisogna credere alla cultura della prevenzione. Anche nella tragedia del ponte Morandi a Genova, dove i vigili del fuoco sono stati osannati, ci si accorge che manca la fiducia nelle istituzioni. La finta democrazia dei social media genera confusione, invece bisogna spiegare nelle scuole la pratica della prevenzione. In Olanda ai bambini insegnano a nuotare vestiti perché il rischio più elevato è che si rompa una diga. Anche i montanari sanno affrontare le emergenze da soli mentre nelle città si attende l’elicottero che si cala dall’alto. Non è così: con il maltempo si deve convivere perché il clima sta peggiorando».

Cosa resta da fare per scongiurare nuove tragedie?

«Vanno completate le opere previste. In montagna si stanno realizzando delle vasche per fermare le frane prima che scendano a valle. Rio Gere a Cortina con le ruspe che scavano è un paradigma, ma i ponti non dovrebbero essere così bassi perché i massi si fermano e l’acqua tracima. Ora la legge regionale sulla Protezione civile impone a ogni sindaco il proprio piano che non è un esercizio burocratico, ma la base con cui salvare il territorio. A Padova grazie a una convenzione tra vigili del fuoco e università abbiamo istituito la laurea magistrale in Ingegneria della sicurezza e ci sono 60 iscritti l’anno, la materia attira».

Se la montagna si sgretola, l’area centrale metropolitana è al sicuro?

«No. Tutto l’asse del Po è sopra il livello della campagna e le opere idrauliche dovrebbero essere fatte in Piemonte. Se gli scienziati ci dicono che nei prossimi 20 anni pioverà di più bisogna correre ai ripari con nuove opere idrauliche. Oggi è il 6 novembre e ci sono 18-20 gradi di temperatura (26 in Polonia ndr), il riscaldamento del mare con lo scirocco scatena la pioggia. Belluno era già pronta all’emergenza per l’incendio a Taibon e hanno pregato perché arrivasse l’acqua ma ne è caduta troppa. E poi va rafforzato il coordinamento della Protezione civile:l’esperienza maturata a Belluno è molto positiva perché abbiamo coinvolto anche l’Enel per ripristinare le linee elettriche».

Chi va a rimuovere gli abeti rossi divelti, tocca a voi farlo?

«Ci sta pensando la Regione. Ci sono delle aziende pronte ad accollarsi il costo della rimozione delle piante per trasformarle in travi, pannelli di truciolato, cippato e pellet».

Resta Venezia con l’eterno incompiuta del Mose: lei che ne pensa?

«Il Mose va giudicato solo quando sarà ultimato ed entrerà in funzione. I costi di manutenzione sono elevatissimi, ma se risolvesse i danni causati dalle maree il bilancio sarebbe positivo. Questa alluvione-terremoto ha sconvolto la montagna, 200 km di strade distrutte e i boschi rasi al suolo: temo che quel miliardo di euro di danni calcolati da Zaia sia sottodimensionato. Temo l’impoverimento sociale del Bellunese, che senza boschi e turismo rischia il tracollo e credo che Padova, Venezia, Verona o Bologna possano dare una mano concreta adottando un piccolo comune. Rocca Pietore ha un vigile urbano e un geometra. Ecco, una grande città può inviare un ingegnere o un architetto per la fase di ricostruzione nel Bellunese. Le infrastrutture sono decisive e sarebbe tragico per l’occupazione se Luxottica seguisse l’esempio della Marzotto, che ha smobilitato il suo quartier generale da Valdagno».

Il ricordo più commovente dopo una settimana di emergenza ?

«A Serrai di Sottoguda, a Rocca Pietore, una famiglia che vive in una villetta a ridosso di un torrente, ha rischiato di essere sommersa dal fango: noi abbiamo salvato mamma e figlia, imprigionate nell’ auto. Il padre era ad Agordo per lavoro e non è riuscito a mettersi in contatto con loro per il black out dei telefoni e delle linee elettriche, così ha raggiunto a piedi moglie e figlia. Si è fatto 25 chilometri sotto la pioggia, quando si sono abbracciati la signora si è lasciata andare a un pianto disperato. I bellunesi sanno rimboccarsi le maniche, hanno spalato giorno e notte il fango delle cantine e finita l’emergenza ti invitano a casa loro a mangiare polenta e funghi». —





Pubblicato su Il Mattino di Padova